Osvaldo Ramous e l’Europa prima dell’Europa: “Il cavallo di cartapesta”

Il cavallo di Cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous pubblicato postumo nel 2008 dalla casa editrice EDIT Fiume, Croazia.

Il cavallo di cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous ancora poco conosciuto. Sia perché praticamente assente dal dibattito critico-letterario italiano, sia perché non di facile reperimento in Italia (tre le copie presenti nel sistema bibliotecario nazionale). Io l’ho trovato un po’ per caso, curiosando tra gli scaffali di libri dell’Ufficio Europa di Capodistria, in Slovenia, dove l’anno scorso ho prestato servizio civile. E me ne sono subito invaghita.

Dal punto di vista della tradizione letteraria italiana, rappresenta davvero l’anello di congiunzione mancante, la voce di una storia scomoda e difficile da ascoltare e capire, che lega le due sponde dell’Adriatico. Inoltre, in questi giorni che celebriamo i sessanta anni dell’Europa Unita, cosa aggiungere? Leggere Il cavallo di cartapesta, immedesimarsi nelle vicende di Fiume, periferia e allo stesso tempo centro del mondo, ci ricorda anche quelle contrapposizioni tra blocco occidentale e orientale, i cui muri sono caduti piuttosto recentemente.

Osvaldo Ramous (Fiume 1905 – 1981) giornalista, scrittore, poeta e drammaturgo, fu un intellettuale tra i più importanti e rappresentativi della cultura italiana e della sua minoranza nell’Istria di quel tempo. Al romanzo Il cavallo di cartapesta affida l’arduo compito di narrare le trasformazioni, le ambiguità e i sentimenti di un’epoca difficile in un territorio in cui convivevano lingue e culture diverse, che vede l’affermarsi dei nazionalismi e sopravvive alla conclusione amara delle politiche esasperate della seconda guerra mondiale, passando per D’Annunzio e la proclamazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il cavallo di Cartapesta, ultimato nel 1967 ma pubblicato solo nel 2008, ha come protagonista un personaggio, per molti versi l’alter ego dell’autore, dal nome Roberto Badin.

[Il cavallo di cartapesta] è anche il primo romanzo nell’ambito della letteratura della CNI che fa riferimento esplicito all’esodo, tema tabù al tempo della sua stesura. […] Si ricordano l’episodio di Zanella, la fame del ’17, la caduta dell’Austria, l’impresa dannunziana. Con l’entrata in città di D’Annunzio termina la prima parte del romanzo, anche se l’epoca dannunziana e quella successiva verranno rappresentate più tardi in forma di recupero memoriale. Nella seconda parte, Roberto ha già quarant’anni, ritorna a casa dopo aver fatto il servizio militare, coabita con Clara, un’ebrea zagabrese che vive separata dal marito. Nel 1943, con l’entrata dei tedeschi in città anche Clara si trova in pericolo e allora Roberto si collega al movimento partigiano per metterla in salvo. Terminata la guerra, le truppe partigiane entrano in città. Cominciato l’esodo, Roberto rimane a Fiume però comincia a sentirsi sempre più straniero. (Le parole rimaste. Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento Vol. I, a cura di Milani – Dobran, EDIT Fiume 2010, p. 280)

L’incipit del Cavallo di cartapesta, nella mia mente, dialoga direttamente con quello altrettanto evocativo delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. Una connessione spontanea e veloce che mi è venuta naturale. Ovvio che i due testi siano separati da secoli e da intenti, ma non posso fare a meno di pensarli vicini perché narrano di trasformazione identitarie e di confini, perché sono espressione della sensibilità e della passione politica dei loro autori vissuti in epoche di grandi ideali e movimenti.

[incipit] Nel corso della sua vita non ancor proprio lunghissima, Roberto ha avuto cinque cittadinanze, senza chiederne alcuna. È la sorte della città dov’è nato e dove ha trascorso quasi tutti i suoi anni. La città, che fu anche, e per due volte, proclamata Stato sovrano, si trova nel cuore dell’Europa, sulla riva dell’Adriatico, e precisamente a pochi chilometri dall’angolo estremo del golfo che Dante ricordò nella “Commedia” con nome di Quarnaro, e per più secoli fu chiamata Quarnero, poi per qualche decennio Carnaro, fino ai rivolgimenti portati dalla Seconda guerra mondiale che hanno dato un altro nome, un’altra lingua ufficiale e un altro aspetto alla città.

Ramous non ha vissuto tanto da poter vedere l’Istria divisa tra Croazia e Slovenia e poi di nuovo unita nell’Unione Europea. Chissà Ramous cosa ne avrebbe pensato. Chissà se avrebbe allungato di un capitolo il romanzo. Chissà se per lui l’Unione europea sarebbe stata l’ennesima ipocrisia o l’ennesima utopia in cui credere per vivere? In qualsiasi modo la si pensi, l’Europa unita è oggi la nuova grande narrazione del nostro tempo, uno dei più quotati sistemi di riconciliazione transnazionale. Basti pensare che i nostri nonni sparavano guardando negli occhi i nonni di quelli con cui oggi condividiamo amicizie, amori, valori e senso di appartenenza transnazionale. E ancora di più se pensiamo alla fine della Guerra Fredda ci accorgiamo che la storia dell’Europa unita non comincia con l’introduzione della moneta unica, ma molto prima. Comincia con le macerie e il fallimento dei nazionalismi, quando tutto è davvero perduto. Un sogno destinato a scontrarsi con gli interessi economici o con il ritorno dei nazionalismi? Se è così, non ci sarebbe niente di nuovo e straordinario, anche la storia dell’UE seguirebbe il destino di tutte le grandi narrazioni che l’hanno preceduta.

“Chi lo avrebbe detto della Russia! esclamò in tono insinuante Roberto, aspettando con curiosità la reazione.”

“Si tratta di un equivoco. False informazioni. Non è escluso che ci sia lo zampino dell’Occidente. Anche nelle nostre file, purtroppo c’è del marcio […].Mi ricordo quella sera come parlava. Quanto tempo è passato? Già, circa tre anni. Diceva di voler andare incontro all’Europa. Bell’Europa quella dell’Occidente! Partiti che si azzuffano, interessi inconfessabili che muovono le fila dei governi, imperialismi eccetera eccetera.”

“Anche qui, però…”

“Qui si tratta di un’altra cosa. È bene distinguere. Le discordie di qui, e dove non avvengono discordie? Non riguardano i principi ma i metodi. La meta è una sola per tutti. Chi pensa di raggiungerla in un modo chi in un altro. I comunisti, ricordati, sono destinati sempre a incontrarsi, perché partono tutti da Marx e da Lenin.”

“E Stalin?”

“Stalin è male informato. Non solo le sue accuse sono state respinte, ma stiamo dimostrando e dimostreremo la loro infondatezza. Noi comunisti, ripeto, ci capita di dividerci, magari d’insultarci, ma nessuno pensi di approfittare dei nostri litigi interni, perché finirà col pentirsi. Tu non sei del partito, vero?”

“No”

“Vuoi che ti faccia proporre?”

“Qualcuno me ne ha già parlato. Ma sarò sincero: preferisco non avere impegni, anche perché non mi trovo in condizioni di sopportare una disciplina.” (Il cavallo di cartapesta, Osvaldo Ramous, Edit, Fiume 2008, p. 299)

Qui il link alla casa editrice EDIT

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Vincenzo Cerami, Consigli a un giovane scrittore

Consigli a un giovane scrittore, il saggio di Vincenzo Cerami che svela i linguaggi della narrativa, del cinema, della radio e del teatro.

La produzione critico lettararia italiana pullula di tesi sui temi più disparati, che comprendono teorie estetiche ed etiche, metodologie di analisi dei testi e della narrazione, storie sull’avanzare del cattivo gusto nella letteratura italiana contemporanea viziata, secondo molte Eminenze Intellettuali, dalla ricerca del successo e dall’appiattimento dell’Autore sul pubblico. La battaglia per la riscossa della letteratura cosìddetta di serie B, nell’ultimo decennio, sembra finalmente essere vinta se è vero che nessuno grida vendetta al cospetto del Dio se le case editrici più importanti osano pubblicare i libri, stravenduti, dei vlogger italiani più in voga del momento.

giphy_leggereQuesta seminutile premessa per dire cosa? Che, mentre la critica contemporanea italiana si è impegnata nell’escatologia della letteratura e per la giustificazione della ragion d’essere dei bestseller, la domanda da un milione di dollari che molti giovani aspiranti scrittori e scrittrici, dall’età di circa sei anni in sù, hanno sempre posto ai loro maestri o professori letterati è sempre stata una: si, però a scrivere come si fa? Dove, è evidente, che per scrivere non si intende semplicemente saper mettere le lettere e le parole in fila come vuole la grammatica, oppure (step 2) saper fare delle ottime sequenze narrative, ricche di figure retoriche e senza ripetizioni lessicali. In genere la risposta è spesso questa: devi leggere molto.

Questo è sicuramente vero. Ma è anche vero che, secondo la mia esperienza, questa risposta è legata a un concetto di arte per imitazione che però non è che funzioni proprio così. Ho spesso invidiato i miei amici pittori, scultori, fotografi e musicisti, perché per loro tutto mi sembrava più semplice. Non dovevano “ascoltare” tanta musica o “guardare” tante opere e basta. I musicisti possono contare su un maestro che gli insegna le note, i tempi e gli accordi, conoscono una serie di sequenze tecniche che li aiutano nell’improvvisazione e/o negli arrangiamenti, si affidano a uno spartito da seguire per un’esecuzione perfetta, ad esempio. I pittori imparano a dipingere le sfumature conoscendo gli effetti nell’uso di diversi tipi di pennello, colore e materiale. Imparano a riprodurre la percezione dell’occhio, sanno come illudere lo sguardo attraverso i giochi prospettici. Insomma, gli artisti si esercitano nell’uso di strumenti che non vedi guardando, non percepisci ascoltando. Sanno cosa fare per ottenere il risultato voluto. No, non è la stessa cosa che dire: devi leggere molto.

vincenzo_ceramiAncora oggi, per uno scrittore italiano che voglia “andare a scuola”, la strada è ardua, per lo meno per quanto riguarda la cosiddetta “scrittura creativa”. Per altri tipi di scrittura, ad esempio quella giornalistica, per fortuna le cose non stanno così. Ma chi vuole scrivere romanzi, racconti e poesie, spesso deve fare riferimento a studi stranieri che gli insegnino qualcosa, gli spieghino di più. Fin tanto che… non scopri questo bel saggio di Vincenzo Cerami. Consigli a un giovane scrittore è un libro che dovrebbero leggere tutti coloro che lavorano con le parole e/o vorrebbero scrivere meglio. Innanzitutto, Vincenzo Cerami con il “mestiere di scrittore” intende quello che comprende la narrativa, il cinema, il teatro e la radio. Già questo riesce a dare una profondità di respiro a quanto spiegato non indifferente, perché ti permette di considerare le cose nel loro insieme. E poi ne affronta ad una ad una le caratteristiche, raccontandoti anche con esempi concreti, come il linguaggio e la narrazione vadano modulati a seconda del fine che non è solo comunicare, ma suscitare emozioni: evocare.

Lo scrittore, a differenza del cuoco (che domina il gusto, i diversi sapori e odori della cucina), a differenza del musicista (che ordina le note) o del pittore (che mescola i colori) manipola solo parole scritte quando fa letteratura, scritte per essere recitate quando fa radio, teatro o cinema. Evocare vuol dire quindi restituire la parvenza di verità della nostra fantasia all’interno di un preciso linguaggio, cioè peculiari convenzioni. E per far questo è necessario conoscere a fondo il sistema di segni con il quale dobbiamo lavorare. Consigli a un giovane scrittore, Vincenzo Cerami, Garzani, Milano 2002, p.14

Scrivere un buon romanzo, un bel fim, fare grande teatro, non è qualcosa di sovrumano ai limiti dell’impossibile o appannaggio di poche menti geniali. È anche e soprattutto sapere come costruire gli artefatti. L’espressione artistica è una caratteristica umana, è un linguaggio. Tutti possono impararlo. In questo libro di Vincenzo Cerami, troverete una lettura piacevole, molti spunti affascinanti, una serie di esercitazioni e alcuni piccoli accorgimenti che non tutti sanno e quasi nessuno vi dice (a meno che non siate disposti a spendere tanti soldi per un buon corso di scrittura in Italia). La vostra passione, la vostra fantasia e sensibilità, e certo anche il vostro talento, faranno il resto.

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Zanna Bianca, letteratura per ragazzi e qualche altra storia

Zanna bianca, Jack London, La BUR dei ragazzi, anno 1986. Questo libro ha la mia età e io do un valore a questa data che ci lega anagraficamente solo adesso.

Adesso che anni di studi universitari in Lettere mi hanno convertita a leggere anche le quarte di copertina, l’anno di uscita e l’anno di edizione per default. Non penso di averlo mai notato quando ero bambina. Del resto, non mi interessava questo genere di cose. Mi interessava solo leggere storie. Al massimo, se proprio me le vendevano bene, arrivavo a degnare di attenzione storie di storie o sulle storie. Ma la narrazione non doveva mancare mai.

14089332_1370291319667415_978398505_nPer i compleanni e altre occasioni ero la bambina perfetta. Non sbagliavi mai se mi regalavi un libro, oppure un pupazzo. Ancora meglio se arrivavi con tutti e due. In quella che una volta era una camera da letto e che ormai è diventata un vero e proprio archivio disordinatissimo di libri, studi, quaderni e memorie della mia vita, Zanna Bianca se ne stava orgogliosamente circondato da titoloni austeri. Quasi si rendesse conto di essere sopravvissuto ai repulisti epocali, di essere stato graziato dall’oblio degli scatoloni riempiti e messi in garage per fare spazio ai nuovi libri, ad altre carte. Io no, non l’ho mai “salvato” consapevolmente. Negli ultimi anni, ogni tanto, mi tornava alla memoria. Sembrava che mi chiamasse. Fino a che, nel 2014, ho deciso di abbandonare ogni remora e di andarlo a cercare. Pensavo che non sarei mai riuscita a ritrovarlo e invece di ritorno a casa per qualche tempo mi è bastato ripercorrere con lo sguardo e con le dita il dorso dei libri… ed è così che ho scoperto che quel birbante non se ne era mai andato dallo scaffale!

Ci siamo ritrovati come vecchi amici. Lo ammetto: gli ho sorriso e gli ho fatto “ciao!” ad alta voce. Da allora non ci siamo più lasciati. Mi ha seguita prima a Torino e ora qui, a Capodistria. Posso essere davvero sicura che se mi chiedete qual è stato il libro preferito della mia infanzia, eccolo: Zanna Bianca di Jack London.

L’istinto e la legge pretendevano da lui l’obbedienza; ma la crescita pretendeva la disobbedienza. La madre e la paura lo costringevano a tenersi lontano dal muro bianco; ma la crescita è vita, e la vita è destinata a cercare sempre la luce, sì che non era possibile arginare la marea della vita che montava in lui a ogni boccone di carne che inghiottiva, a ogni respiro che traeva. Alla fine, un giorno, la paura e l’obbedienza furono spazzati via dalla corrente della vita, e il lupetto grigio strisciò sul ventre, a gambe larghe, verso l’uscita. (Zanna Bianca, Jack London, La BUR dei ragazzi, Milano 1986, p.79)

Come non immedesimarsi a quella età! La natura selvaggia, l’incontro con gli uomini, la lotta per la sopravvivenza, la ragione dell’istinto, l’orrore dei maltrattamenti, la pazienza di Weedon Scott, l’animale selvatico che alla fine si innamora dell’essere umano, l’accettazione di un amore che permette a Zanna Bianca di ritrovare sé stesso…

ZannaBiancaReadingTimeA pensarci bene, nel mio piccolo canone di letteratura per l’infanzia, non ci sono maghetti o mondi da salvare. Ai miei giovani eroi e coraggiose eroine, Heidi, Pollyanna, Remigio, Jo, Pinocchio, Alice, Peter Pan, Gian Burrasca, Bastian e Atreiu, non veniva chiesto di risolvere le situazioni alla maniera dei grandi e anzi di riuscire a fare meglio di quanto avessero saputo fare loro nelle stesse circostanze. Nei libri io trovavo spesso tanti silenzi, momenti contemplativi e riflessivi, audaci pionieri che agivano in un mondo magico sì, avventuroso, ma creato da loro, dalla loro fantasia. E forse Zanna Bianca per me rappresentava tutto questo e li comprendeva. Imparavo con lui a convivere nella realtà con altri mondi che non si trovavano su dimensioni parallele, ma soltanto in altri punti di vista, in comportamenti e mezzi comunicativi diversi da quelli etichettati come “umani”. Complice la mia vita di campagna e la compagnia dei miei adorati cani e gatti, probabilmente per me la magia era lì, a portata di zampa.

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Digressione

Gli sposi di via Rossetti, di Fulvio Tomizza

Guerra e pace, italiani e sloveni, fascisti e antifascisti, bianchi, neri, rossi, uomini, donne, cattolici, comunisti, qualcos’altro? …l’amore. Gli sposi di via Rossetti, Fulvio Tomizza.

“La storia di Dani e Stanko non si limitava al loro triste caso, aveva il suo contesto politico, sociale, culturale e geografico, i suoi protagonisti e i comprimari di un’attrattiva per me spesso non inferiore. Una vicenda non trascina se tutte le sue componenti non rispondono a un centro e se non muovono pure esse qualche cosa dentro di noi.” Fulvio Tomizza, Gli sposi di via Rossetti, Mondadori 1986, p.17

Trieste alle soglie della seconda guerra mondiale, una città di confine dove si è insediato il Fascismo. Il tentativo di uniformare il territorio prevede l’imposizione della lingua italiana e il divieto assoluto di parlarne e utilizzarne altre. Il metodo utilizzato per raggiungere l’obiettivo è coercitivo e oppressivo. Il dissenso viene sedato sul nascere e a volte anche prima. La società si spacca a tutti i livelli. Le persone e le famiglie vengono messe una contro l’altra. Succede che devi fare delle scelte e se non scegli, saranno gli altri a farlo per te. Gli sposi di via Rossetti di Fulvio Tomizza, è una lettura consigliata per gli appassionati del romanzo storico e soprattutto per gli amanti di non-fiction, per chi fosse incuriosito dalla storia di Trieste e volesse comprendere le radici storiche e culturali degli sloveni in questa zona di confine.

Gli sposi di via Rossetti è tra le opere più mature di Fulvio Tomizza ed è stata pubblicata per la prima volta da Mondadori nel 1986. Racconta la storia vera di Stanko Vuk e Danica Tomažič, una giovane coppia di sloveni che vive a Trieste negli anni delle grandi guerre. La loro vita da sposini dura poco perché, nel giro di qualche mese, i due vengono arrestati e imprigionati per questioni politiche, accusati di cospirazione antifascista. Dopo un breve periodo Danica viene liberata e torna a vivere a Trieste, Stanko invece rimarrà in prigione per quindici anni, una buona parte dei quali a Fossano, in Piemonte. L’autore ci regala con questo libro un magistrale esempio di non-fiction narrativa. Infatti, Fulvio Tomizza ci offre un resoconto delle sue ricerche e letture sulle vicende storiche e personali dei protagonisti, attingendo informazioni da fonti dirette e indirette, ma soprattutto dallo scambio epistolare dei due protagonisti. Immersi nel suo punto di vista, anche noi lettori e lettrici, seguiamo le sue investigazioni, scoprendo una realtà quanto mai varia e per molti versi insondabile, destinata a non rivelare mai una sola verità.

 

 

 

 

Una famiglia istriana, di Ester Sardoz Barlessi

Storia e microstoria. Strutture sociali e rivoluzioni. Grandi eventi e quotidianità. Ester Sardoz Barlessi ci invita a entrare in una dimensione particolare e allo stesso tempo universale. Quella di una famiglia istriana tra le due guerre mondiali fino alle soglie del nuovo secolo.

 – È una femmina – disse con voce stanca Giovannina dalle bianche mani – si riprenderà. Le femmine sono più resistenti dei maschi. Angela sentì che gli occhi le si riempivano di lacrime e che tutto il dolore che le aveva lacerato il ventre le si era spostato nel petto. – Mi dispiace Nicola – mormorò, ed egli non trovò nessuna parola per confortarla. (Una famiglia istriana, Ester Sardoz Barlessi, EDIT, Fiume 2005, p. 16)

Siamo nel 1905 e la misoginia non è folklore o oggetto di ironia bipartisan, è la realtà. La protagonista di questo racconto non è una vittima della storia, né un esempio di ribellione o modello eversivo apripista di alcunché. Angela è essenzialmente una donna, moglie di Nicola, e una madre che vive per la famiglia. Quale famiglia? Quella che oggi in molti definiscono tradizionale, quella dei valori patriarcali, in cui la nascita di una femmina non voleva dire una gran gioia per nessuno. E infatti, quando finalmente nasce il desiderato maschietto:

Angela lo considerava un dono del cielo e con un non ben definito senso di colpa verso le figlie, sentiva di amarlo in un’altra maniera. E fu sempre così. Lo coccolava pensando che un giorno, essendo maschio, avrebbe avuto una vita più facile e tirava su Domenica inculcandole il rispetto e la sottomissione verso gli uomini come sua nonna aveva fatto con lei.” (p.47)

Sarebbe stata in grado di pensare e agire altro una donna analfabeta nelle sue condizioni, allora? Quale consapevolezza e dunque colpa può avere nel perpetuare il sistema sociale di oppressione uomo-donna? E anche consapevole, in quel contesto, sarebbe stata una madre migliore se avesse insegnato alle figlie e ai figli la ribellione, sapendo di riservargli così facendo a una vita ancora più dura? Sono queste le domande che sorgono spontanee e sollevano annose questioni femministe, vecchie e nuove. Eppure, ridurre il lavoro di Ester Sardoz Barlessi (Pola 1936) soltanto a questo aspetto storico e sociale del ruolo della donna, moglie e madre, guardiana della famiglia e responsabile comunque delle vite concessegli in dono da dio, sia maschi sia femmine, sarebbe poco. Infatti, si tratta di un romanzo storico di ampio respiro, che racconta della forza e delle necessità contingenti delle madri, in un tempo in cui le famiglie, le sacre unioni, furono divise dalla guerra e le donne, i bambini e gli anziani istriani dovettero abbandonare tutto e rifugiarsi nei campi profughi adibiti per loro dall’Impero a Wagna, in Stiria, in condizioni degradanti e poco sicure. Nel contempo, gli uomini, costretti a rimanere per combattare loro malgrado in quanto maschi, vissero l’abbandono e la solitudine improvvisa, senza sapere come cavarsela in una casa vuota, senza sapere neppure cucinare un piatto di pasta, preparare il caffè, rifare il letto. Ma la tempesta non si placò con la fine dalla prima grande guerra. Le famiglie istriane, ritrovate per breve tempo la pace e la gioia del ricongiungimento, dovettero affrontare nuove crisi e nuove separazioni durante la seconda grande guerra e ancora oltre, gli esodi e le fughe, il clima di odio e sospetto caratterizzava la quotidianità della vita pubblica e privata.

Tutti volevano l’Istria. […]. Ogni mattina si scoprivano nuove scritte sui muri delle case inneggianti alla Jugoslavia o all’Italia. […]. Le famiglie di idee diverse non si salutavano più, si disgregavano affetti e legami di sangue. […] Quanta amarezza nel vedere giornalmente i suoi figli che si scannavano fra loro! Ormai quando erano insieme, non potevano avviare nessuna discussione senza toccare la politica e ogni vota finiva con una lite. Nicola, per sfuggire all’atmosfera opprimente della casa, aveva incominciato ad andare all’osteria della Maria a giocare a carte o a bocce tutti i pomeriggi. – Ah, la politica! Che gran puttana, diceva, divide i figli dalla madre, il fratello dalla sorella! Meglio che non veda, meglio che non senta! Abbiamo avute tante di quelle disgrazie che ci mancava l’odio adesso! (p.133)

Per ulteriori informazioni di carattere storico invito a consultare il sito del Centro Ricerche Storiche di Rovigno: “http://www.crsrv.org” e il Pdf scaricabile presso il sito dell’associazione “Giuliani nel Mondo” http://www.giulianinelmondo.it/upload/libro%20mostra.pdf

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Ho imparato due cose dalla lettura di questo romanzo. La prima riguarda una lacuna di conoscenza storica vera e propria, poiché non sapevo praticamente nulla dell’Istria, degli italiani e di quello che accadde durante la prima guerra mondiale nei territori istriani del grande Impero dei popoli austroungarico. E sapevo (so ancora) ben poco degli eventi successivi che riguardarono questa zona di confine. La seconda cosa, più letteraria, riguarda la capacità di comunicazione di questa autrice che fa uso di uno stile che si muove sapientemente tra il punto di vista soggettivo e oggettivo dei personaggi e della storia, tra il coinvolgimento emotivo e la pura descrizione. In grado di costruire un’impalcatura equilibrata nella narrazione di eventi così tanto tragici, che si regge sull’incredibile forza di abnegazione di una madre. Un equilibrio forse raggiunto per accumulo di sofferenze e dubbi, lacerazioni identitarie, proprio di scritture in grado di fare pace con la storia individuale e collettiva. L’autrice Ester Sardoz Barlessi apre la porta di casa della famiglia Viscovich e ci invita a entrare nel loro mondo. Non esprime un giudizio sugli eventi del secolo o sulle azioni dei suoi personaggi, ma solo ci chiede: “non pensi che questa storia sia degna di essere ricordata?” Ai lettori l’ardua sentenza! Italiani, sloveni, croati, austriaci? Esiliati, emigrati, rimasti, oppure nemmeno lontanamente imparentati? Io penso che chiunque possa prendere in mano questo racconto e, leggendolo, sentirsi in famiglia.

Una famiglia istriana è uscito per la prima volta in edizione bilingue: “Una famiglia istriana/Jedna istarska obtelj Traduzione di/preveo Mladen Radic Pietas Iulia (Pula-Pola, 1999)”

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La parola contraria di Erri De Luca. Apologia del dissenso

“Sul banco degli imputati mi piazzano da solo, ma solo lì potranno. Nell’aula e fuori, isolata è l’accusa.” Erri De Luca, La parola contraria.

01/09/2013

Lo scrittore Erri De Luca, raggiunto al telefono dall’HuffPost, commenta con scarne parole l’accusa che il procuratore Giancarlo Caselli lancia nei confronti degli intellettuali che a sinistra “sottovalutano pericolosamente l’allarme terrorismo” in Val di Susa. Caselli non fa i nomi dei “conniventi” ma nell’ elenco, è chiaro, figurano il filosofo Gianni Vattimo e De Luca, che hanno manifestato pubblicamente il supporto agli attivisti No Tav finiti in carcere per sabotaggio – continua a leggere l’intervista qui.

Il 10 settembre 2013 LTF ha depositato regolare denuncia presso la procura di Torino: “per avere, con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso, pubblicamente istigato a commettere più delitti e contravvenzioni ai danni della società LTF sas del cantiere Tav LTF in località La Maddalena di Chiomonte (To), area di intresse strategico nazionale.”

laparolacontraria

Dopo due udienze preliminari nel 2014, il processo si è aperto il 28 gennaio 2015. Non sussistono fatti o azioni imputabili a Erri De Luca, solo parole. Erri De Luca decide quindi di scrivere e pubblicare: La parola contraria, un’apologia in cui rivendica e spiega la sua libertà di parola e opinione. Un discorso in difesa di sé stesso e non solo, dallo stile elegante e posato, dove le argomentazioni si susseguono in maniera ordinata. La parola contraria è diviso in tre sezioni: Cronaca, Influenze e Istigazioni.

Così introduco meglio che posso l’accusa usata contro di me: istigazione. Istigare un sentimento di giustizia, che già esiste ma non ha ancora trovato le parole per dirlo e dunque riconoscerlo. E che fa alzare d’improvviso e lasciare il libro perché è montato il sangue in faccia, pizzicano gli occhi e non si può continuare a leggere. Andare alla finestra, aprirla, guardare fuori e non vedere niente, perché tutto sta succedendo dentro. Respirare profondo per sentire insieme all’ossigeno la circolazione di una volontà sconosciuta. Iniziare a essere apprendista di giustizia nuova, che si forma dal basso e sbatte contro la tutt’altra giustizia seduta sullo scranno in tribunale. Istigare, com’è successo a me con Omaggio alla Catalagna di Orwell. Di fronte a questa istigazione alla quale aspiro, quella di cui sono incriminato è niente. (pp. 17-18)

Erri De Luca rivendica l’uso libero della parola istigazione e sabotaggio a livello intellettuale, linguistico e politico, ma non penale: “perché si dia istigazione alla violenza bisogna dimostrare la connessione diretta tra parole e azioni commesse” (p. 27). Anche se lo stimolo alla scrittura di certo proviene dall’essere stato chiamato letteralmente in causa, l’obiettivo di Erri De Luca non è giustificarsi o discolparsi in qualche modo, ma denunciare un tentativo di repressione sottovalutato.

Nell’aula del tribunale di Torino il 28 gennaio 2015 non sarà in discussione la libertà di parola. Quella ossequiosa è sempre libera e gradita. Sarà in discussione la libertà di parola contraria, incriminata per questo. (p.40)

Il suo passato militante, il suo impegno nel sociale e il suo attivismo, gli garantiscono una certa sicurezza nell’affrontare conseguenze di cui, come lui stesso ci tiene a precisare, non si dichiara vittima.

La parola contraria è stata messa su un piedistallo di valore: penale per i giudici, costituzionale per me. La libertà di affermarla è questione che va oltre il mio caso. Oggi sta sotto minaccia di silenziatore. Non credo che riusciranno a sottometterla fuori di quest’aula, so che non ci riusciranno con me. Vengo dal campo scuola del 1900, dove gli scrittori, i poeti, hanno pagato il più amaro prezzo per le loro parole. Ho imparato da innumerevoli esempi la linea di condotta da tenere di fronte ai silenziatori. pp. 44-45

jesuiserri

La parola contraria è un prezioso discorso, un monito e allo stesso tempo un ringraziamento ai lettori. Al di là dell’essere No Tav o Pro Tav o Indifferente al Tav, quello che insegna questo saggio è il valore della libertà di parola contraria, del dissenso, l’importanza di potere continuare a esercitarli. Da subito è partita la campagna #iostoconerri che ha raccolto e continua a raccogliere adesioni e dichiarazioni in favore di Erri De Luca anche a livello internazionale (tra i più recenti autori come Wim Wenders, Luis Sepulveda, Daniel Pennac). Il calore e il sostegno dimostrato da più parti ha reso certo l’autore di un fatto:

Sul banco degli imputati mi piazzano da solo, ma solo lì potranno. Nell’aula e fuori, isolata è l’accusa.

Fuffa TM di Alessandro Militi

Fuffa TM di Alessandro Militi, Dalai Editore 2007

In poche parole: un racconto fresco e leggero che ha come protagonista un trentenne a cui avevano promesso una vita esaltante e una carriera piena di soddisfazioni e che si ritrova, invece, a fare i conti con una società che vive di fuffa. Fuffa TM è sia ciò che il protagonista lavorativamente produce (pubblicità), sia il mondo di cui fa parte. La vita in ufficio e la gestione all’italiana della meritocrazia lo avviliscono. Per di più, l’unico suo scopo sembra essere quello di continuare a sentirsi giovane e socialmente rilevante anche se intorno a lui niente ha senso e niente dà vera soddisfazione. Il protagonista vive la sua esistenza letteralmente dentro a un videogame, dove la conquista delle donne o il superamento di alcune situazioni rappresentano i passaggi di livello. La narrazione è ben costruita, lo stile conciso, lineare e mai pesante.

Non mi so spiegare il perché di tante recensioni negative, soprattutto da parte degli anobiani che dovrebbero essere “lettori navigati”. Certo non è adatto ai minori di 18 anni, ma non per la descrizione di alcuni atti sessuali, ma semplicemente perché non è stato scritto per loro.