Digressione

Nazioni, nazionalità e nazionalismi

Spesso mi chiedo se ha ancora senso parlare di nazioni, nazionalità e nazionalismi.

Non avrei dubbi, ma me lo chiedo perché spesso si ripresentano, come dei rigurgiti di qualcosa di mal digerito, discorsi, slogan e argomentazioni xenofobe da parte di neonazionalisti spero inconsapevoli, persone che consideravo ormai una specie in via di estinzione. Della serie: “va beh, aspettiamo che questa ultima generazione trapassi e riposi in pace amen”. Queste opinioni invece ancora molto diffuse mi ostino a classificarle come anacronistiche e antistoriche, se non proprio becere e triviali quando associate (spesso) a evidenti dimostrazioni di intolleranza e razzismo, offensive e a tratti violente. Me lo chiedo se ha un senso parlarne perché certe cose sono per me ormai scontate, ovvie e naturalizzate, tanto che, quando leggo o affronto discussioni sul tema, fatico quasi a trovare il bandolo della matassa, a fare un ragionamento logico e ordinato, resto a bocca aperta, sgrano gli occhi e rimango con profondo disappunto a osservare questi strani fenomeni di fobia e odio che non capisco, o forse che ho disimparato a capire.

E allora sì… ho un problema. Dunque, alla fine, ci sono arrivata anche io che ha senso parlare ancora di nazioni, nazionalità e nazionalismi. Perché il mondo è pieno di queste idee che per secoli sono state il fondamento educativo/culturale delle nostre società, idee che hanno sempre accompagnato (che strana coincidenza) l’uso della guerra e della violenza come strumenti per distinguersi, difendersi, prosperare. Perché di queste idee ne è piena l’Europa unita nella quale vivo, ancora e nonostante tutto.

Ernesto Balducci in un discorso del 1992 “Addio alle armi? Nuove prospettive per una cultura di pace, a proposito di cultura della guerra e di etnocentrismo in un’Europa che allora iniziava a invecchiare e allo stesso tempo a cambiare radicalmente, diceva:

“Emerge, in chi rifletta sulla condizione dell’umanità così come è oggi, un principio che i nostri padri non potevano prendere in considerazione, un principio biologico. Noi dobbiamo ricordarci di essere membri dell’unica indivisibile specie umana, il resto va messo tra parentesi, non è rilevante. Quindi l’etica del futuro è un’etica planetaria in quanto assume come principio risolutivo di tutti i problemi il bene comune, non dell’Italia, dell’Europa, ma del genere umano come tale. Questo è un fatto nuovo, un’etica nuova, da cui ci difendiamo in mille modi ed è un’etica che mette in imbarazzo, anzi, direi che mette sotto giudizio radicalmente quello che si può chiamare il mondo moderno”.

Ernesto Balducci continua mostrando poi come la guerra e la violenza abbiano perso la loro funzione, spiega come sia riduttivo anche a rigor di logica economica continuare a pensarla così. Del resto, nell’Europa del 2017, dovrebbe essere piuttosto chiaro che gli unici che ci guadagnano quando c’è da far guerra sono solo le industrie militari. Infatti è evidente che non ci guadagnano affatto in termini economici, tantomeno in termini di sicurezza, le nazioni che la fanno davvero questa guerra. Eppure la nazione, la nazionalità e il nazionalismo permangono come entità astratte, come forme di quella “identità” vera, l’unica possibile, che va tutelata con forza. Con la forza delle armi, non delle idee. Con l’uso della violenza, non dell’accoglienza. Mah.

Comunque, se avete voglia di un ripassone vi consiglio questo post dell’Ornitorinco Elegante – Come sta il post-nazionalismo?

Non mi fraintendete, io so che possono esistere delle differenze nazionali, ma so anche che si acquisiscono per cultura e non per natura. Io so che dipendono dall’educazione, dagli stili di vita, da quello che ti succede nel mondo. So che all’atto pratico siamo tutti diversi. Però, so anche che siamo per molti aspetti uguali, che ogni bambino che nasce, indipendentemente da dove nasce, possiede delle qualità e delle potenzialità intrinseche che lo potrebbero rendere uno tra i tanti “geni della storia” che lavorano per il progresso della conoscenza e dell’umanità. So che non ha senso non considerare nel suo intero l’immenso capitale umano che abbiamo a disposizione, che a pensarci a quanto ammonta, 7 miliardi, mi viene la Sindrome di Stendhal!

Sarà deformazione professionale, sarà che non potrei nemmeno immaginare di chiudere volutamente le porte del mio sapere a qualcuno che ha mondi da imparare solo perché… per esempio: non è nero, è cattolico, non è povero. Così come non vorrei le chiudessero a me perché sono femmina, caucasica, neolatina. Sarà che ho studiato il passato e conosco il presente. Sarà che la mia identità culturale (italianissimamente siciliano-veneta, bisogna ammetterlo) è così forte che non temo niente, non temo le invasioni barbariche, non temo altre lingue, non temo altri colori. Sarà che a forza di studiare humanae litterae, a viaggiare e a vivere in città diverse, diventi così. Sarà che “dover vivere senza nemici è una nuova esperienza” (sempre Balducci) che è una nuova per gli altri, non per me. Comunque non sono la sola a pensarla così, fortunatamente. Solo che, cari miei, qua c’è un attimo da prendere posizione che se no la situazione ci sfugge di mano… di nuovo!

 

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Di massimi sistemi scolastici – appunti

Della mia esperienza precaria come insegnante, il momento che mi piace di più, è quello in cui ne parlo su Skype con Giada, una volta in collegamento da Leuven, una volta da Torino, una volta da Tolosa, una volta da Niscemi e la prossima credo che sarà da Londra (no, non fa la hostess). Perché, io e lei, abbiamo iniziato a parlare di massimi sistemi mentre scrivevamo la tesi di laurea specialistica e, tra un curtigghio e un babbìo (ita. pettegolezzo e scherzo), non abbiamo smesso più. Tre i nostri temi preferiti: precarietà generazionale ed esistenzialismo, educazione e sistema scolastico, l’amore ai tempi del barbera. Sicuramente interessante il binomio amore-barbera, ma mi dispiace deludere i malcapitati lettori. Oggi parlerò di scuola.

Scuola. Vedo già ergersi le barricate, alzarsi la pressione arteriosa, vedo l’improvviso grattarsi da qualche parte, ora subito, ammettilo. Se sei un “precario della scuola” ti sta venendo l’orticaria, ne sono sicura. Probabili svenimenti non appena si associ il suddetto termine all’aggettivo: italiana. SCUOLA ITALIANA. Ma ecco… io tralascerei. Perché la mia esperienza precaria come insegnante, non mi deriva dal sistema italiano (per ora).

Le mie esperienze didattiche, titoli accademici a parte, si riassumono brevemente: doposcuola e attività di tutoraggio vario durante gli anni di università; insegnante doposcuola a studentessa (meravigliosa) con difficoltà alle superiori per un anno; alcune settimane a saltare in classi di medie inferiori comprese tra il Monte Rosa e la pianura Padana; sei mesi circa di insegnamento in co-teaching nelle scuole elementari, in lingua italiana, sul litorale sloveno. Barcamenandomi tra ambiti disciplinari umanistici, scientifici e vari ed eventuali. Per cui, della mia precarietà ne vado persino orgogliosa, perché se fossi rimasta ferma e fissa in una scuola in Italia non avrei mai potuto fare una così varia esperienza. Non avrei mai potuto vivere la quotidianità e le sfide scolastiche di ragazzi con disabilità, non avrei potuto sperimentare la specificità che distingue l’approccio coi bambini da quello con gli adolescenti, non avrei potuto imparare che comunicare è il vero obiettivo, insegnare a farlo, dare gli strumenti per decifrare, ipotizzare, interpretare il sapere. Insegnare ad ascoltare e a parlare, a condividere e a ri-costruire nozioni, idee, sentimenti. Non avrei mai potuto davvero convincermi, ancora e sempre di più, che l’inclusione è la mia filosofia, con tutte le implicazioni che ne derivano. Ché è per la scuola dell’inclusione che mi batterei e sprecherei il fiato e del resto non mi interesserebbe (test invalsi compresi, non li boicotterei nemmeno, sappiatelo).

Mon dieu, l’essere patetico dell’insegnante entusiasta!

 

Tu, oh mio/mia collega precario/a! È dall’idea di insegnamento che dovremo ripartire ogni lunedì e, nonostante tutto quello che ci richiedono di studiare, di sapere, di leggere e di applicare, in nessun manuale troveremo l’idea giusta, la definitiva, l’unica. Perché l’idea di insegnamento è un concetto filosofico, è l’utopia alla quale tendi, gli studenti che vorresti! Tutto il resto sono chiacchiere da bar, fatte con chi di pedagogia e di didattica non ne sa nulla, a cui annuisci col capo e fai un breve cenno di sorriso per pura cortesia, mentre sorseggi il tuo cappuccino e ti avvii, tu, non loro, ad affrontare gli incubi e i mostri che ti agitano le notti e si materializzano intorno alle ore 08:00 nella tua amata classe.

Fondamentale per sopravvivere a se stessi e per trovare alleati nel comparto scuola, con cui condividere pause merende, pianti e sfoghi, è dunque mettersi  la mano sulla coscienza e chiedersi: io perché insegno? Quali situazioni immagino che i miei studenti debbano affrontare un giorno? Che persone vorrei che diventassero in futuro? Ognuno di noi deve rispondere come vuole, deve dirsi la verità, senza sensi di colpa. Anche se le tue risposte fossero: perché mi pagano; capre sono e capre rimarranno; non me ne può fregar di meno. Io ti stimerò e capirò e mi confronterò con te, per il solo fatto che entri in classe e lasci fuori dalla porta i tuoi problemi di adulto per stare dietro ai loro, che possono essere anche peggiori dei tuoi alle volte, ma che comunque non interessano a nessuno, né ai genitori, né ai presidi, né ai colleghi, figuriamoci se stanno a cuore agli studenti. L’insegnante si giudica per l’operato e non per l’ideale.

Art. 33 della Costituzione

L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento.

 

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Il tempo del glicine – Capodistria, maggio 2017

Si lo so che è il tempo delle rose e non del glicine, che ha già dato al vento e allo spazzino i suoi fiori dal colore delicato. Perché siamo già di maggio, e questo è il tempo delle rose. Ma io sono rimasta al glicine: quel glicine, in quel giardino, in quel pomeriggio tiepido in cui ho indossato quella gonna nuova. Mi sembrava così immortale. Così fresco e sicuro di sé. Così perfettamente a tono con le tinte pastello di uno sfondo cittadino da cartolina.

Così, sono rimasta a fare finta di essere una turista con gli occhi socchiusi per il sole. In silenzio, a guardare la stessa perfezione di sempre di via Trubar, attraversata di tanto in tanto da crocchi di gente rigurgitati da navi crociere. Nascosta sotto al glicine, come lo era la lucertola che a un tratto ha fatto capolino dall’edera e si è stazionata accanto a me, facendomi prima l’occhiolino.

Il glicine e il cielo azzurro e le tinte pastello e il soffio di vento del mare che sale dal belvedere, il silenzio. Era Pasqua e io ero una strana turista della vita. Poi il glicine ha perso i suoi fiori ed era maggio, ma di rose neanche l’ombra.

Osvaldo Ramous e l’Europa prima dell’Europa: “Il cavallo di cartapesta”

Il cavallo di Cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous pubblicato postumo nel 2008 dalla casa editrice EDIT Fiume, Croazia.

Il cavallo di cartapesta è un romanzo di Osvaldo Ramous ancora poco conosciuto. Sia perché praticamente assente dal dibattito critico-letterario italiano, sia perché non di facile reperimento in Italia (tre le copie presenti nel sistema bibliotecario nazionale). Io l’ho trovato un po’ per caso, curiosando tra gli scaffali di libri dell’Ufficio Europa di Capodistria, in Slovenia, dove l’anno scorso ho prestato servizio civile. E me ne sono subito invaghita.

Dal punto di vista della tradizione letteraria italiana, rappresenta davvero l’anello di congiunzione mancante, la voce di una storia scomoda e difficile da ascoltare e capire, che lega le due sponde dell’Adriatico. Inoltre, in questi giorni che celebriamo i sessanta anni dell’Europa Unita, cosa aggiungere? Leggere Il cavallo di cartapesta, immedesimarsi nelle vicende di Fiume, periferia e allo stesso tempo centro del mondo, ci ricorda anche quelle contrapposizioni tra blocco occidentale e orientale, i cui muri sono caduti piuttosto recentemente.

Osvaldo Ramous (Fiume 1905 – 1981) giornalista, scrittore, poeta e drammaturgo, fu un intellettuale tra i più importanti e rappresentativi della cultura italiana e della sua minoranza nell’Istria di quel tempo. Al romanzo Il cavallo di cartapesta affida l’arduo compito di narrare le trasformazioni, le ambiguità e i sentimenti di un’epoca difficile in un territorio in cui convivevano lingue e culture diverse, che vede l’affermarsi dei nazionalismi e sopravvive alla conclusione amara delle politiche esasperate della seconda guerra mondiale, passando per D’Annunzio e la proclamazione della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Il cavallo di Cartapesta, ultimato nel 1967 ma pubblicato solo nel 2008, ha come protagonista un personaggio, per molti versi l’alter ego dell’autore, dal nome Roberto Badin.

[Il cavallo di cartapesta] è anche il primo romanzo nell’ambito della letteratura della CNI che fa riferimento esplicito all’esodo, tema tabù al tempo della sua stesura. […] Si ricordano l’episodio di Zanella, la fame del ’17, la caduta dell’Austria, l’impresa dannunziana. Con l’entrata in città di D’Annunzio termina la prima parte del romanzo, anche se l’epoca dannunziana e quella successiva verranno rappresentate più tardi in forma di recupero memoriale. Nella seconda parte, Roberto ha già quarant’anni, ritorna a casa dopo aver fatto il servizio militare, coabita con Clara, un’ebrea zagabrese che vive separata dal marito. Nel 1943, con l’entrata dei tedeschi in città anche Clara si trova in pericolo e allora Roberto si collega al movimento partigiano per metterla in salvo. Terminata la guerra, le truppe partigiane entrano in città. Cominciato l’esodo, Roberto rimane a Fiume però comincia a sentirsi sempre più straniero. (Le parole rimaste. Storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento Vol. I, a cura di Milani – Dobran, EDIT Fiume 2010, p. 280)

L’incipit del Cavallo di cartapesta, nella mia mente, dialoga direttamente con quello altrettanto evocativo delle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo. Una connessione spontanea e veloce che mi è venuta naturale. Ovvio che i due testi siano separati da secoli e da intenti, ma non posso fare a meno di pensarli vicini perché narrano di trasformazione identitarie e di confini, perché sono espressione della sensibilità e della passione politica dei loro autori vissuti in epoche di grandi ideali e movimenti.

[incipit] Nel corso della sua vita non ancor proprio lunghissima, Roberto ha avuto cinque cittadinanze, senza chiederne alcuna. È la sorte della città dov’è nato e dove ha trascorso quasi tutti i suoi anni. La città, che fu anche, e per due volte, proclamata Stato sovrano, si trova nel cuore dell’Europa, sulla riva dell’Adriatico, e precisamente a pochi chilometri dall’angolo estremo del golfo che Dante ricordò nella “Commedia” con nome di Quarnaro, e per più secoli fu chiamata Quarnero, poi per qualche decennio Carnaro, fino ai rivolgimenti portati dalla Seconda guerra mondiale che hanno dato un altro nome, un’altra lingua ufficiale e un altro aspetto alla città.

Ramous non ha vissuto tanto da poter vedere l’Istria divisa tra Croazia e Slovenia e poi di nuovo unita nell’Unione Europea. Chissà Ramous cosa ne avrebbe pensato. Chissà se avrebbe allungato di un capitolo il romanzo. Chissà se per lui l’Unione europea sarebbe stata l’ennesima ipocrisia o l’ennesima utopia in cui credere per vivere? In qualsiasi modo la si pensi, l’Europa unita è oggi la nuova grande narrazione del nostro tempo, uno dei più quotati sistemi di riconciliazione transnazionale. Basti pensare che i nostri nonni sparavano guardando negli occhi i nonni di quelli con cui oggi condividiamo amicizie, amori, valori e senso di appartenenza transnazionale. E ancora di più se pensiamo alla fine della Guerra Fredda ci accorgiamo che la storia dell’Europa unita non comincia con l’introduzione della moneta unica, ma molto prima. Comincia con le macerie e il fallimento dei nazionalismi, quando tutto è davvero perduto. Un sogno destinato a scontrarsi con gli interessi economici o con il ritorno dei nazionalismi? Se è così, non ci sarebbe niente di nuovo e straordinario, anche la storia dell’UE seguirebbe il destino di tutte le grandi narrazioni che l’hanno preceduta.

“Chi lo avrebbe detto della Russia! esclamò in tono insinuante Roberto, aspettando con curiosità la reazione.”

“Si tratta di un equivoco. False informazioni. Non è escluso che ci sia lo zampino dell’Occidente. Anche nelle nostre file, purtroppo c’è del marcio […].Mi ricordo quella sera come parlava. Quanto tempo è passato? Già, circa tre anni. Diceva di voler andare incontro all’Europa. Bell’Europa quella dell’Occidente! Partiti che si azzuffano, interessi inconfessabili che muovono le fila dei governi, imperialismi eccetera eccetera.”

“Anche qui, però…”

“Qui si tratta di un’altra cosa. È bene distinguere. Le discordie di qui, e dove non avvengono discordie? Non riguardano i principi ma i metodi. La meta è una sola per tutti. Chi pensa di raggiungerla in un modo chi in un altro. I comunisti, ricordati, sono destinati sempre a incontrarsi, perché partono tutti da Marx e da Lenin.”

“E Stalin?”

“Stalin è male informato. Non solo le sue accuse sono state respinte, ma stiamo dimostrando e dimostreremo la loro infondatezza. Noi comunisti, ripeto, ci capita di dividerci, magari d’insultarci, ma nessuno pensi di approfittare dei nostri litigi interni, perché finirà col pentirsi. Tu non sei del partito, vero?”

“No”

“Vuoi che ti faccia proporre?”

“Qualcuno me ne ha già parlato. Ma sarò sincero: preferisco non avere impegni, anche perché non mi trovo in condizioni di sopportare una disciplina.” (Il cavallo di cartapesta, Osvaldo Ramous, Edit, Fiume 2008, p. 299)

Qui il link alla casa editrice EDIT

Stato

So cosa dovrei fare

So cosa dovrei fare. Dovrei volare con lo sguardo oltre l’orizzonte per estendere il mio pensiero all’infinito. Dovrei tendere l’arco per scoccare frecce lunghe che si posino sul mio domani. Pensare di piantare i semi degli alberi e degli arbusti e dei fiori sotto cui troveranno riparo i sogni che sto costruendo. Dimenticare il passato che non mi serve, registrare da qualche parte le date importanti. Aggiungere didascalie a foto che non ricordo più quando ho scattato. Dovrei vivere il presente. Dovrei fare le pulizie di stagione stagionalmente e quando è la  stagione. Dovrei respirare a pieni polmoni, attivare la circolazione sanguigna, darmi da fare. Dovrei essere il più possibile produttiva. Dovrei impegnarmi in qualcosa. Preoccuparmi del mondo, di tanto in tanto. Dovrei non mollare mai, non cedere alla pressione.

Invece, mi perdo tra i tuoi riccioli biondi, mi affabulano le tue promesse di eterna bellezza e salute e gioventù. Mi inganna, ogni volta come fosse la prima volta, questa effimera ora d’amore.

 

 

Canzoni italiane, donne, punti di vista del femminile

Cinque canzoni italiane per questo marzo della donna. Cinque voci, temi e punti di vista femminili.

Non si tratta di canzoni femministe, direi piuttosto che si tratta di canzoni molto femminili. Perché cinque? Non so, semplicemente perché ne ho trovate cinque, ma di certo la lista può allungarsi e ognuna ha forse la propria. Iniziamo con la grande Mina e “L’importante è finire”. Una canzone che esprime un certo erotismo, non c’è che dire, un testo e un’interpretazione magistrale che non lasciano dubbi: – Donne! Via l’orgoglio e via le paranoie perché l’importante è… 

Continuiamo con Mia Martini e “Piccolo uomo”. Perché non ammettere che spesso diventiamo dipendenti dalle nostre relazioni d’amore? Così tanto da sentirci piccole piccole, sole e abbandonate, tristi e senza prospettive se il nostro amore ci lascia. Un’altra grande voce della storia della musica italiana, quella di Mia Martini, che con questa canzone ci invita a perdonarci ogni tanto per queste debolezze che poi sono quelle che ci rendono umane. Tra l’altro, non dimentica di  ricordare che anche lui è “piccolo” proprio come noi.

Il matrimonio. Dopo secoli di sottomissione e con la liberazione sessuale degli ultimi decenni (di cui forse io appartenente alla così detta generazione dei millenials sono il primo frutto) un’istituzione spesso messa sotto attacco ideologico da tutti i fronti. Eppure, ditemi che nessuna ha mai sognato un lui/lei che ti chiede: “- vorresti sposarmi?” e persino immaginato il giorno del proprio matrimonio, compreso il vestito! Carmen Consoli, con pochi fronzoli racconta l’episodio devastante di un matrimonio che non va in porto in “Fiori d’arancio”.

Un pericolo sempre dietro l’angolo è quello di cadere nel facile vittimismo, un altro grande tema che spesso per la donna si manifesta dietro la non assunzione di responsabilità della propria libertà. In altre parole… se vuoi qualcosa, la pretendi oppure se fai una decisione, rifletti su te stessa, su quello che comporta e sii pronta ad accettarne le conseguenze. Irene Grandi dice che “non è facile, però è tutto qui”. Per di più questo brano fece scandalo con il verso: “prima di pretendere l’orgasmo, prova solo ad amarti”.

Se poi arriva Marzo e guarda caso è la festa delle donne e guarda caso è il mese della Primavera e guarda caso sono qui a pensare alle cantanti italiane, è un attimo: – respiriamo l’aria e viviamo aspettando Primavera! la lailaaa. Siamo come fiori prima di vedere il sole a Primaveraaaa la lailaaa”. Siiii, la gioia di vivere di Marina Rei, tanta gioia di vivere, quella che ogni donna deve imparare a conservare e a coltivare negli anni.

Buon Marzo delle donne a tutte e a tutti.

Inclusione scolastica, Italia e Slovenia

Inclusione scolastica: un tema molto importante, spesso sottovalutato oppure male interpretato.

L’Italia può vantare una tradizione di lungo corso per quanto riguarda l’inclusione scolastica. La Slovenia invece ha una storia piuttosto recente, che inizia con la Dichiarazione d’indipendenza nel 1992, ma che si concretizza con l’ingresso in Unione Europea nel 2004. Queste pagine sul sistema di inclusione scolastica italiano e sloveno nascono come approfondimento di una materia universitaria che ho seguito negli scorsi mesi presso l’Università del Litorale di Capodistria. Nessuna pretesa di esaustività, ovviamente, soltanto un punto di partenza che forse può essere utile a chi è interessato alla questione dell’inclusione scolastica in Europa.

Clicca sul titolo o sull’immagine, buona lettura!

Inclusion in Italy and in Slovenia: some notes

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