So pensare so aspettare so digiunare

E se non mi rimanesse altro che inventare storie? Se non restassero altro che parole al vento? Quanto potrebbe essere leggera e soffice una vita se formata a strati, nascosti uno nelle pieghe dell’altro?

Pagine scritte che volano –

dentro la mia testa troppo piena, anche se non è di avere una testa piena che dovrei preoccuparmi, ma di avere una testa ben fatta. Questo è quello che studio, come fare per formare teste ben fatte. Questo è quello che voglio per ognuno di loro, senza distinzione di niente, nemmeno di classe sociale o genitore uno, due, bis. Ma allora perché mi volete ben piena – di scatole anche – e mi chiedete sempre qualcosa di più e in fondo sempre la stessa cosa, cioè che io lavori bene a scuola nonostante il contesto cattivo, la società malata, la politica che dà solo brutti modelli. Perché mi volete piena di problemi e mi chiedete sempre di più e in fondo sempre la stessa cosa: che risolva quelli di tutti, di tutte, di ognidove.

Pagine scritte che volano –

da davanti la mia faccia, dalla scrivania, volano all’aria in conseguenza di un mio gesto deciso che adesso alle ore 22:25 ha deciso di mettere musica, quella musica che mi riporta indietro all’adolescenza, a quando non sapevo ragionare se non per sì e no e la coerenza credevo fosse simbolo di verità, di giustizia. Che fine ho fatto?

Pagine bianche che volano –

dentro la mia testa, con mio dispiacere queste le vedo partire per altri lidi. Perché mi migrano dal cuore vuote o malfatte…perché? Lo so il perché: m’abbandonano. Perché si stufano anche loro di aspettare, perché fanno la muffa dopo un po’, perché hanno necessità di essere lette e dunque di qualcuno che possa scriverle e non sono io.

Lui mi ha detto che non importa se le lascio andare, torneranno. E in fondo, in effetti, lo so anche io e, soprattutto lei lo sa, la mia mente logica e razionale, che sa proiettarsi nell’astratto futuro ed eterno. Puoi aspettare, che importa? Puoi pazientare ancora, un po’.

Il problema è sempre quel senso di maledetta urgenza. Fosse per me, potrei anche non scrivere mai. Ma è questo un chiodo fisso, il pensiero che mi sveglia la mattina e che mi corica la sera. Questa cosa qua mi possiede e mi fa da vera padrona. L’idea che io possa scrivere qualcosa che non interessa a nessuno, chiamatela arroganza e impertinenza d’artista, non mi sfiora nemmeno. L’idea che possa scriverne male neppure. Perché? Che ne so.

Mi sono definitivamente accettata da tempo. Da quando un professore mi prese sul serio e sul serio mi fece credere in me stessa, rinforzò la mia voce tramortita dal trauma della pubertà, calmò la mia idea del mondo impaurita dal brusco passaggio dal sogno a un Inferno in cui non sembravo più buona quasi a fare o a dire niente. E l’espiazione di peccati, passati attraverso delitti e castighi che mai dimenticherò, cominciò a sedici anni e durò ancora almeno un decennio. Lui, il professore, mi disse qualcosa che però non ricordo. Ricordo solo il suo sguardo e il suo tono di voce. Fu assertivo e mi guardò infondendomi coraggio, volendomi bene. Adesso lo so, che si dice così, che lui era/è un insegnante: assertivo, empatico, democratico. E ai miei genitori disse: “spero che quando qualcuno scriverà di lei, aggiungano che gli fui professore”.

Ed è anche un po’ “colpa” tua dunque se la necessità di scrivere è diventata una possibilità di espressione, se l’urgenza ha trovato una prima normalizzazione, una gestione, una direzione, se ha imparato a usare gli strumenti di guida per tenere la rotta nel mare delle parole e nella tempesta della comunicazione simbolica, e poi ancora se ha appreso le prime strategie per far vedere agli altri quello che volevo che vedessero. Di maestra in professore e viceversa, persino di questo siete colpevoli: del fatto che è grazie al vostro esempio che mi sono accorta che insegnare è uno dei mestieri più belli e che ho deciso che sarebbe stato il mio. Voi che quando mi sento in crisi mi pare che vi raccogliate dietro di me, che mi teniate la mano sulla spalla e mi sussurriate negli orecchi: “tu sai pensare, tu sai aspettare, tu sai digiunare”.

E lo so che invece questo è Siddharta di Herman Hesse e non siete voi e io mi sa che è tardi ed è meglio se vado a dormire.

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