Il rischio che vada a finire così

Gestire l’emergenza in un mondo, in una società, in un sistema economico che sta facendo della crisi il business del nuovo millennio, è il paradosso della Bella Epoque in cui molti di noi vivono.

Da una parte la pubblicità di splendide vacanze e case da sogno, le passerelle dell’eleganza, della riccanza, del successo e della fama, della cultura dello spettacolo e dell’intrattenimento perenne. Dall’altra il mondo maledettamente reale degli stati di calamità naturali ed emergenziali. Che se ancora non ti hanno colpito, non preoccuparti succederà presto o tardi anche a te. Mi sembra di vederle le vostre facce storte. Ah! Uccellaccio del malaugurio!

Non è questione di fortuna o sfortuna, ma semplicemente di probabilità. E la probabilità che ognuno di noi debba fare esperienza – negativa – dell’impatto del cambiamento climatico, che va a sommarsi al dissesto e alla mancanza di lungimiranza delle decisioni politiche del passato e del presente, è talmente alta da potersi dare per certa.

E io penso che bisogna parlarne, perché poi c’è il rischio che vada a finire così.

  • Che è per colpa delle proteste dei lavoratori che gli industriali vanno via. Quali industriali? Ah, quelli per cui l’essere umano vale zero, che dovresti solo ringraziare perché anzi ti fanno lavorare, e dovresti stare zitto anche se il prezzo da pagare è la morte certa, tua o dei tuoi familiari. Del resto morto di fame sei, morto di fame resterai, cenere sei e cenere tornerai.
  • Che se le gloriose grandi opere utili al magna-magna non si realizzano, è colpa della solita magistratura di sinistra o magari dei teppistelli antagonisti, o magari dei soliti brutti e cattivi irrispettosi della gente che lavora: “E che andassero a lavorare ‘sti figli di papà!“. E quando a dirlo sono i corrotti affaristi maledetti e i politicanti venduti che intascano soldi pubblici, cioè di tutti, per arricchirsi loro… sai che me ne faccio del tuo “vai a lavorare”? I veri parassiti della società, il cancro, siete voi.
  • Che qualcuno dica che dovremmo ringraziare la mafia e gli imprenditori sfruttatori, i truffaldini e gli oppressori, ché loro lo sanno come si lavora e che cos’è il lavoro. Loro che di mestiere rubano, ingannano, saccheggiano e terrorizzano. E non certo per necessità.
  • Che sarà colpa degli studenti che studiano troppo e sarebbe meglio che pensino a studiare e a diventare produttivi e basta, o di chi diffonde allarmismi e chiede chiarezza, o di chi decide di agire per evitare tragedie annunciate, se anche da noi scoppia la rivolta o il disagio sociale si acuisce a livelli intollerabili.
  • Che persino a Niscemi, una città di ventimila abitanti, in cui franano le strade e nessuno le rimette a posto, ma che ospita una delle stazioni militari più importanti del mondo, che non ci sono ospedali e manco funziona bene il pronto soccorso – tanto che ogni tanto ci scappa il morto ma tanto chi vuoi che sia, solo un poveraccio che non si può permettere di meglio… – va a finire, dicevo, magari, che noi ce lo siamo pure meritati tutto questo disagio e abbandono. Come disse una volta un Presidente di Regione a delle mamme preoccupate per i loro figli: “e beh, se non vi piace la situazione trasferitevi”. E questa scena io non l’ho dimenticata.

Insomma, non è che va a finire che la colpa è di chi si preoccupa e si interessa veramente? E va a finire che la maggioranza della gente ci crede pure e ancora spera che qualcuno lassù si stia occupando davvero di gestire qualcosa? Non è così, mi spiace. Quello di cui si stanno occupando ai piani alti è di come continuare a garantirsi il profitto e il controllo sociale. Cose che saranno perseguite fermamente attraverso l’approvazione di misure emergenziali e grazie al profitto assicurativo sui danni causati da calamità naturali. E indovinate chi invece resterà con le mani piene di vento, magari a pensare che è tutta colpa degli immigrati. Scusate, mi ero effettivamente dimenticata degli immigrati.

Polemiche a parte, la situazione in Italia è davvero grave sotto tutti i punti di vista. E il rischio sociale è alto, altissimo. E questo o lo gestiamo noi appartenenti alla società oppure lo lasciamo gestire agli altri. E basta aprire un qualsiasi libro di storia per sapere come andrebbe in quel caso a finire.

Che fare? Beh. Parliamone, per favore. Almeno parliamone.

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