C’è lavoro e lavoro, per esempio c’è quello dell’insegnante

Ci sono i lavori che si definiscono “sociali”, cioè volti alla presa in carico, all’educazione e alla cura degli individui appartenenti a una società. Lavori che per secoli nelle nostre società complesse sono stati svolti per alcuni aspetti biologici dalle madri e dalle famiglie allargate, per altri aspetti – culturali potremmo dire – appannaggio della comunità intera e quindi svolti collettivamente nei luoghi pubblici (strade, piazze, corti e cortili, mercati) o dalle organizzazioni religiose. Parliamo di norme sociali e tradizioni culturali intese come trasmissione di comportamenti e informazioni circa il funzionamento e la fruizione corretta della socialità. Perché siamo animali sociali, come disse Aristotele, nel senso che siamo animali gregari, che vivono in gruppo, che necessitano di altri individui per il proprio benessere fisico e psicologico, e che questi siano adulti perché ci permettano di crescere e a nostra volta raggiungere lo stadio adulto dello sviluppo. Per esempio c’è il lavoro dell’insegnante.

Rimanendo su una prospettiva di sistema, nella nostra società per lo più secolarizzata (laica), la si pensi come la si pensi, il ruolo dell’insegnante e dell’istruzione è fondamentale in un duplice senso. Da una parte fornisce strumenti, abilità e competenze di base per il pieno sviluppo della persona e il suo inserimento all’interno della società di riferimento, dall’altra assicura la trasmissione dei valori sociali e culturali della società stessa, garantisce cioè l’apprendimento della norma, l’accettazione e la comprensione dell’ordine costituito.

Per esempio dunque, ci sono scuole e scuole.

Ci sono scuole, o meglio, sistemi scolastici che presuppongono il principio democratico nel loro ordinamento, nei loro curriculum e nelle pratiche didattiche… e altre che no. Ci sono sistemi scolastici che tengono conto dei cambiamenti ineluttabili della società e ricercano, a livello pedagogico e didattico, sperimentando poi nella pratica, le strategie e le soluzioni più adeguate per formare menti e personalità che sappiano affrontare i sistemi sociali complessi… e sistemi scolastici, anacronistici, che invece no.

Di conseguenza ci sono insegnanti e insegnanti.

Ci sono insegnanti consapevoli del rischio affettivo che comporta il loro particolare lavoro sull’essere umano e della necessità morale di essere modelli di stabilità, imparzialità, coerenza ma anche imperfezione, perché crescendo la persona possa provare desiderio di prendere parte attiva allo sviluppo e al progresso sociale di cui ogni singolo individuo è elemento fondamentale, unico e speciale. Ci sono insegnanti distaccati, che trasmettono il senso di superiorità e inferiorità, che richiedono altrettanto distacco emotivo e che perpetuano un modello secondo il quale solo chi ce la fa – nel senso scolastico del concetto, quindi soltanto chi ha successo, chi produce alto rendimento scolastico – merita di essere membro attivo della società, di guidarla e determinarla, di stabilirne norme e valori, fondati sulla divisione e non sulla coesione sociale.

Qualcuno potrebbe chiedersi: quale tra questi sistemi e pedagogie funziona di più?

Per secoli “ha funzionato” una scuola esclusiva, distintiva e selezionatrice di classi dirigenti. Per diversi motivi, a volte anche razionali. Poi il mondo e la nostra società sono naturalmente cambiati, perché il cambiamento – leggi adattamento – sono una delle caratteristiche più evidenti della specie umana, nonostante tutti i tentativi perché questo non accada, o per lo meno accada in un predeterminato modo controllato e non in un altro.

I concetti di scuola democratica e scolarità estesa hanno preso piede all’interno degli stati-nazione, un po’ per ideologia un po’ per necessità pratica. Infatti, a partire per lo meno dalle prime rivoluzioni industriali, sono sempre più diventate necessarie l’alfabetizzazione e l’istruzione diffuse per svolgere qualsiasi lavoro, per produrre “ricchezza”. Perciò la risposta si trova già nella domanda. Il sistema scolastico e la pedagogia che funzionano di più sono quelle che funzionano di più nel contesto sociale a cui si riferiscono. Sembra una domanda oziosa, eppure il punto è proprio questo: spesso parla di scuola chi non conosce i meccanismi sociali e i suoi dispositivi di controllo, così come spesso parla di meccanismi e dinamiche sociali chi non conosce la pedagogia e la storia dell’istruzione pubblica – uno dei dispositivi di controllo fondamentali – laica e inclusiva. Soprattutto italiana. Una storia che ha mostrato al mondo che il modello inclusivo e la scuola democratica sono il migliore modello pedagogico che abbiamo a disposizione, in quanto processo non necessariamente orientato al risultato. Il disordine costituito, che è la nostra norma, non dovrebbe farci paura. Non avrebbe dovuto, insomma. Ma sappiamo tutti in quale stato versa il sistema scolastico italiano da decenni e quale sia l’interesse dei governi nei confronti degli studenti: nullo.

Dunque: ci sono lavori e lavori, ci sono lavori sociali, c’è un particolare lavoro umano che è quello dell’insegnante. C’è l’insegnante consapevole del proprio ruolo nei confronti dell’individuo in crescita e della società in costruzione di generazione in generazione. C’è il sistema scolastico come sistema di tramissione culturale che democratizza e diffonde l’accesso al sapere. C’è la scuola pubblica, laica ed inclusiva.

Ci sono tantissime domande che producono altre domande.

Che insegnanti vorreste dunque, quali aspettative riponete sulla scolarizzazione, su chi la gestisce e se ne assume oneri e non solo onori?

Volete l’insegnante  istruttore, il trainer, il programmatore di cervelli perfettamente in grado di svolgere un compito assegnato da una classe dirigente selezionata sulla base di un merito che non rispecchia le realistiche potenzialità individuali, ma che pone le sue basi nel sociale ed è quindi legato al contesto di nascita e appartenenza culturale? Oppure preferireste per i vostri figli l’insegnante affettivo, coinvolto, che si prende cura dello sviluppo della personalità intima e sociale di tutti, compresi i genitori con cui dialoga appassionatamente, che ha come obiettivo educativo la felicità, la stabilità emotiva, lo sviluppo del senso di adeguatezza di ogni persona secondo le proprie capacità e possibilità? Perché è questo il succo del discorso che si esprime nell’esperienza che ciascuno di noi ha, oppure ha avuto, con l’istituzione scolastica, l’ente supremo adibito alla formazione delle menti e delle persone.

L’insegnante del secondo tipo è l’insegnante cittadino. La persona capace di occupare contemporaneamente diversi ruoli tra cui quello professionale e quello politico.

Un doppio ruolo che:

“si può trasformare in una vera e propria camicia di forza quando provoca il restringimento dei suoi spazi di libertà e la rinuncia a prendere posizione su questioni pubbliche, impedendogli di potersi apertamente schierare, il che è invece auspicabile per qualsiasi comune cittadini, a cui non si chiede di nascondere le proprie idee in nome della “neutralità” del suo ruolo.”


Il mestiere dell’insegnante: collocazione professionale e ruolo sociale in una società in trasformazione, Mario Antonio Berardi 2007, p.151

La domanda quindi diventa: a quali insegnanti sarebbe lecito “mettere la camicia di forza” e a quali no?  Un insegnante che manifesta per i diritti democratici conquistati dalla società è uguale a un insegnante che manifesta per negare quegli stessi diritti? Un maestro della scuola pubblica che appoggia apertamente ideali autoritari e/o che pratica una didattica giudicante ed emarginalizzante, è uguale a un maestro che appoggia apertamente ideali divergenti e/o che pratica una didattica aperta, inclusiva delle diversità culturali e sociali? Un insegnante che predica bene e razzola male è uguale a un insegnante che cerca la coerenza tra le mille sfaccettature del ruolo che ricopre come privato cittadino e come pubblico ufficiale?

PS: in chiusura ho usato il maschile per un motivo molto preciso. Sono sicura, purtroppo, che può fare ancora un effetto diverso e che sarebbe una questione presa più sul serio declinata al maschile. Perché è da una donna che non ti aspetti questa complessità di opzioni nello svolgimento del lavoro umano ed educativo in particolare. Il filosofo pensatore pedagogo intellettuale è sempre maschio. Non si pensa che per una donna ci sia la possibilità che ogni scelta privata, educativa e lavorativa sia anche una scelta politica e consapevole. Eppure è sempre così. Il mondo cambia, cambia la società, cambiano le priorità educative e dell'istruzione, cambiano le aspettative dei genitori sui figli e sulla scuola, cambia il ruolo dell'insegnante. Quello che non cambia è che a sperimentare nella pratica le pedagogie e le ideologie pedagogiche, ad affrontare e a gestire la cura e l'accoglienza, siano sempre per lo più le donne. E siccome siamo tutte parte dell'ingranaggio, nessuna esclusa, quanta forza dunque si nasconde dietro ogni scelta educativa che facciamo, dietro ogni modello o esempio di vita che mostriamo di apprezzare o disprezzare?  

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