Diario partigiano, di Ada Gobetti

“Donne piemontesi”, incominciai; e non mi riusciva d’andare avanti. Riuscivo a non pensare al presente, ma il passato mi premeva, invincibile, sulla memoria e sul cuore. Tutto il passato, tutta la nostra battaglia: dal 10 settembre, con quei primi tedeschi, impassibili, agli angoli delle nostre strade; e poi le prime armi, e il sabotaggio ai ponti, e la neve, e i primi caduti; e poi la Germanasca e il rastrellamento, e la tragica luce del cielo di Massello; e poi la Val Chisone e il valico del Colle delle Finestre, tutto fiorito di rododendri; e l’incendio di Meana e il povero ragazzo impiccato; e poi Beaulard e la capanna, e la Francia, e il ritorno e l’interminabile notte sul ghiacciaio…

Diario partigiano. Incontro questo libro tra gli scaffali di una piccola biblioteca di scuola media. Quella in cui lavoro. Incontro questo libro insieme ad altri, di formato tascabile, dalla copertina semplice, bianca e listata di rosso. Giulio Einaudi editore, Letture per la scuola media, 1972, 4800 Lire. Dell’autrice sapevo solo che era stata la breve compagna di Piero Gobetti, giovane e coraggioso editore e intellettuale antifascista torinese negli anni Venti. Scopro, quindi, che lo erano stati insieme, giovani e coraggiosi e antifascisti. Ada Gobetti, inoltre, è stata partigiana prima e vicesindaco poi nella Torino liberata. Mi stupisce la proposta di lettura per una scuola media, adesso che a malapena ci figuriamo che i nostri ragazzi riescano ad arrivare in fondo alla saga di Harry Potter. Mi stupisce l’idea che potesse essere bene accolta a scuola una lettura politica, di parte, e che racconta il nostro sbiadito passato rivoluzionario, clandestino e – è il caso di dirlo – bombarolo. Peccato che mi stupisca, non implica niente di buono. Riportare intere parti di questo piccolo gioiello della storia partigiana sarebbe l’unica cosa giusta da fare. Ma questi sono i miei soliti pensieri a margine di alcune letture. Bastino due parole di contesto.

Il diario racconta la vita vera e clandestina di una donna e madre partigiana con base a Torino e seconda casa a Meana, in Val di Susa. Il figlio Paolo a nemmeno vent’anni è tra i comandi del CLN. Si apre il 13 settembre 1943 e si conclude il 25 aprile 1945. Introducono e concludono – a volte intervallano – delle riflessioni a posteriori dell’autrice, che posa la penna sulla questione definitivamente il 28 aprile 1949.

Il punto di vista di Ada non è certo quello di una donna qualunque, non è quello della Ida di Elsa Morante, né quello – per quanto già molto meno succube degli eventi – della Agnese di Renata Viganò. E già così, spero di suggerirvi qualche spunto per un breve ex-cursus sul movimento femminile durante la seconda guerra mondiale e la resistenza partigiana. Ada Gobetti è una donna libera e indipendente, quindi piuttosto fortunata. Organizza le donne della resistenza attraverso i Gruppi di difesa, ma perché così le è stato ordinato dal CLN, sebbene per sua stessa ammissione non si sente pratica di queste cose e tematiche femmnili. Partecipa in prima persona, anche grazie alla sua conoscenza dell’inglese e del francese, facendo da interprete in alcuni casi. Favorisce la comunicazione e gli scambi tra i diversi gruppi, intrattenendo relazioni a Torino, nelle valli e transfrontaliere con i partigiani francesi. Non lo fa al telefono o per posta, ma fisicamente muovendosi in su e in giù coi treni, valicando il confine a piedi, o girando in bicicletta per le strade di Torino. Per tutto il tempo della clandestinità la sua casa è punto di riferimento. Come lo sono il figlio Paolo e il compagno Ettore Marchesini, con cui condivide la vita partigiana, che a volte li porta a lunghe separazioni.

 Nel suo diario, raramente Ada fa specifico riferimento al suo essere donna, se non quando sono gli altri a notarlo. Oppure quando sente di condividere la condizione straziante di madre di fronte a un figlio morto.

No, non era Paolo, anche se non se ne scorgeva il viso, reclino. Ma non provai nessuna reazione di sollievo. Una pena insostenibile mi scosse tutta alla vista di quella giovane carne denudata e straziata, come se fosse stata la mia stessa carne, quella di mio figlio. Mai come in quel momento sentii quanto sia forte l’istintiva profonda solidarietà materna per cui ognuna sente come figlio suo ogni figlio d’ogni altra donna. p.107

Per me, rimangono alcune testimonianze in cui molte donne abituate a condividere momenti decisionali, politici o il potere in un mondo di soli uomini, sapranno riconoscersi. Come questa.

28 marzo – visita a Torino e incontro con il CLN del Sottosegretario dei Territori occupati.

Nel pomeriggio il Sottosegretario doveva ricevere i rappresentanti delle varie organizzazioni, tra cui i Gruppi di difesa: ero quindi invitata a intervenire insieme alla comunista, Franca, e i miei amici si raccomandavano perché, durante la riunione, parlassi, dicessi… […] Incominciò un lungo discorso in cui ci raccontò nientemeno che la storia della nostra Resistenza. Quand’egli ebbe finito, rispose uno dei convenuti, a nome della Camera del lavoro, e anche lui, rifacendosi agl’inizi del fascismo, raccontò tutta la storia; e poi parlò un terzo, e disse le stesse cose. Ascoltavo, un po’ scoraggiata. Mi pareva d’esser tornata a quella riunione a Meana, nel novembre del ’43, quando quel tale con la natta sull’occhio s’era messo a parlare della “pietra tombale del fascismo”. Ma quella era gente semplice e ingenua: vecchi antifascisti senza preparazione né esperienza. Oggi si tratta invece d’una riunione importante, con un quasi ministro e i rappresentanti di quel che c’è di meglio tra noi; e tutti quei discorsi vuoti e inutili mi facevano pena. Giurai a me stessa che, quando fosse la mia volta, a costo di passar per stupida, non avrei detto che “arrivederci e grazie”. pp.336-337

Ma causa della fretta, giunto infine il momento di interloquire anche con loro, il tutto si riduce a una stretta di mano e alla consegna di un dono dalle donne di Roma. Franca e Ada hanno solo il tempo di dire grazie. E sebbene Ada non volesse in realtà aggiungere niente di che, quell’arrivederci e grazie sarebbe dovuto risuonare in altro modo. Un altro episodio interessante è quello in cui, Torino liberata e lei già nominata Vicesindaco, si interessa alle cose più concrete e cioè alle condizioni dei prigionieri politici.

Partimmo dunque alla volta delle “Nuove”. Ma penetrarvi non fu facile. I partigiani che le avevano occupate non volevano saperne di farmi entrare. Inutilmente spiegai le ragioni della mia richiesta, invocai la mia autorità di vicesindaco. – Ma va’, – mi disse il ragazzotto che faceva da sentinella. – Anche le fûmele adesso fanno il vicesindaco? – A un tratto ebbi un lampo di genio. Avevo ancora, cucito nell’interno della giacca, il distintivo GL. Glielo mostrai dicendo: – Sono una comandante partigiana: va’ a chiamare il tuo capo, e in fretta! – Questa era un’autorità che aveva imparato a conoscere e a rispettare: partì dopo essersi messo sull’attenti… p.372

Ada Gobetti conosce bene il mondo in cui vive e non si scompone più di tanto. Io non credo riuscirei adesso a fare lo stesso. Vero è che lei accettta il suo ruolo nella contingenza, ma potendo agire in esso liberamente e non limitandosi a… cucire calze. In questo libro parole di uomini e di donne, nomi maschili e femminili si alternano nella parità. Cosa è successo dopo? Perché le donne le abbiamo dimenticate? Perché non sono diventate modelli da imitare?

Liberazione di Torino, nell’aprile 1945
Ada tra il capitano Angelino e Giulio Bolaffi

Ada Gobetti lo sapeva già. Per intuito femminile? Per esperienza? Per intelligenza?

Confusamente intuivo che cominciava un’altra battaglia: più lunga, più difficile, più estenuante, anche se meno cruenta. Si trattava ora di combattere non più contro la prepotenza, la crudeltà e la violenza, – facili da individuare e da odiare, – ma contro interessi che avrebbero cercato subdolamente di risorgere, contro abitudini che si sarebbero presto riaffermate, contro pregiudizi che non avrebbero voluto morire: tutte cose assai più vage, ingannevoli, sfuggenti. E si trattava inoltre di combattere tra di noi e dentro noi stessi, non per distruggere soltanto, ma per chiarire, affermare, creare; per non abbandonarci alla comoda esaltazione d’ideali per tanto tempo vagheggiati, per non accontentarci di parole e di frasi. p375.

La vittoria e la gioia della liberazione partigiana, insomma, non aveva niente del tifo da stadio con cui ormai festeggiamo qualsiasi vittoria politica.

La retorica non mi ha mai spiegato cosa volesse dire vivere nella resistenza, i giovani eroi e i caduti nemmeno. Ada e altre donne e scrittrici invece sì.

Perché è il loro senso di responsabilità e coraggio, è la loro presa di parola, è la loro scelta quella che ha fatto sempre la differenza nella storia. A partire da Eva.

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