Tramonti a sud-est

Al tramonto, la base militare dai molti nomi, si accende di luce propria.

Il ventre della collina, su cui poggiano diverse antenne dall’aspetto di scheletri e tele di ragno, contiene molto di più di ciò che pare ovvio: ferro, cemento armato, centraline elettriche e postazioni di comando ed esseri umani. Contiene serbatoi di petrolio per alimentarne il funzionamento, altri liquidi e fili e cavi che provengono direttamente dalla città vicina, passando sotto a strade sulle quali ogni giorno transitano animali e persone ignare di calpestare uno dei centri del mondo.

Se scegli di raggiungere la base militare per le vie più semplici, percorribili dai mezzi di locomozione ordinaria, ne capisci poco e niente. Avanzi con la percezione di muoverti per vicoli ciechi, seguendo direttrici che sprofondano nel buio di notte, nella desolazione di giorno. Pensi di stare attraversando il nulla: case disabitate, trazzere mal tenute, campi bruciati o spogli, boschi scomparsi di cui restano brevi tratti qua e là. Eppure questa è solo una variante artificiale costruita dall’uomo. La via naturale è molto più esplicita e diretta. Ma certo, per sceglierla, devi in qualche modo sentirne il richiamo.

Fronteggia la base militare dai molti nomi, il bosco dai molti nomi. Tranciato di netto per fare spazio alle antenne prima e al MUOS dopo, si chiede ancora quanto potrà resistere la piccola quercetta appena nata dentro la recizione nemica, come fare da così lontano a insegnarle ciò deve imparare: resistere al fuoco che cercherà di lambirla, ai coltelli che la scuoieranno, alle ruote di gomma che la calpesteranno. Perché accadrà. Sicuramente. Anzi la Barbagianni foriera di sventure, la notte scorsa, ha soffiato di peggio. Dice che un grande artiglio la estirperà e forse è giusto crederle. Anche se a rivelarglielo, dice, è stato un topolino, che voleva spaventarla per non essere mangiato.

Da tempo l’antica Sughereta di Niscemi e di Santo Pietro, si trova divisa per mano dell’umanità e della sua cieca ossessione per la deforestazione. Soffre e tra un eucaliptus e l’altro, convive con lo straniero piantato a forza. Insieme si abituano al peggio. Gli esseri umani li conosce bene: ladri, sfruttatori, assassini e distruttori. Conoscono bene anche una parte di loro: amanti dolci, premurosi e silenziosi. Quelli che, di tanto in tanto, temendo di far male, si avventurano a passo felpato e sguardo attento. A questi, e solo a questi, in passato ha aperto sentieri tra i rami e i rovi e le punte di palme nane, perché trovassero e vedessero le bellezze che conteneva, i suoi colori, i suoi odori, i suoi momenti migliori e li raccontassero e dicessero a tutti: il bosco è sacro. Solo a questi scopriva fontane e torrenti, rupi, rifugi ombrosi, grandi querce, varchi sulla valle verde, solo a loro concedeva la possibilità di osservare senza essere osservati.

Lì, al tramonto, iniziava il regno del buio e del silenzio. Nient’altro serviva a orientare le notti se non l’eco dei giovani rapaci che segnava i confini del mondo. Ma adesso. Finita era la notte. E continuo il fastidio. Un sottofondo che non dava tregua.





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