La verità è che non ce ne frega abbastanza

Considerazioni non a caldo frutto di dialoghi reali, scambiati o mancati, a margine della vicenda Diciotti. Luogo: porto di Catania e dintorni.

Se non altro tutta questa scabrosa situazione ha avuto anche un risvolto positivo. Ho parlato e scambiato idee con molte persone che la pensano e non la pensano come me. La cosa mi ha fatto sentire da una parte meno sola, dall’altra impotente allo stesso modo. Possiamo contarcela come vogliamo e rilanciare tutte le cose bellissime che noi persone impegnate perseguiamo, supportiamo e per cui spesso trasportiamo i nostri corpi dal sicuro delle case all’insicuro delle strade e delle piazze e, in questo caso è il caso di dirlo, persino nelle acque. Ma è giunta l’ora di rendermi conto del fatto che sono praticamente inefficace di fronte alla maggioranza che non mi rappresenta e che non rappresento.

Sabato 25 agosto a  Catania, come atto finale di un presidio durato praticamente una settimana, si sono giunti livelli di azione e partecipazione elevati e non indifferenti, questo è vero. Nel pomeriggio si annunciava l’apertura dell’indagine da parte della Procura di Agrigento, nel frattempo si ingrossava il sit-in al Porto di Catania e in serata si giungeva alla liberazione degli ultimi e delle ultime eritree sulla nave. Sì, è stato bello perché in questa occasione ho visto tutti riunirsi e arrivare da ogni parte della Sicilia: partiti, realtà politiche e/o sindacali, organizzazioni studentesche e non, associazioni culturali, movimenti della comunità educante non formale, Lipu, Legambiente, Scout,  ecc.;  comitati, reti sociali di cura, Emergency e Amnesty per esempio; Chiese, famiglie, persone e animali. C’era anche la polizia, naturalmente.

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Ma c’è un fatto che non posso fare finta di ignorare. C’è che la maggior parte della società civile, la silenziosa maggioranza, non è dalla nostra parte e ancora peggio è contro di noi. Sorseggiava spritz a pochi metri dalla nave Diciotti, negli eleganti locali della movida catanese, magari dicendo al vicino di bevuta “ma quando se ne vanno questi immigrati”; oppure era a passeggio a guardare vetrine pensando “però quanti immigrati”, oppure era a casa a guardare la TV e a pensare a quanto sono fastidiosi gli immigrati; oppure era in vacanza al mare o in montagna o presso qualche gettonata meta a dire “meno male che qui non ci sono immigrati”; oppure era a lavorare “come un negro”; oppure era davanti allo smartphone a twittare o a commentare contro gli immigrati. Oppure era disoccupato e si disperava fumando una sigaretta sul balcone pensando che se non fosse per gli immigrati le cose andrebbero meglio. Oppure era stanca morta la bimba piccola ammalata il marito arrabbiato per colpa degli immigrati. Oppure… non lo so, ma credo che in questi giorni qualsiasi sensazione di vago malessere possa essere stato attribuito agli immigrati. E lo sarà ancora. Come da tempo, come da spesso e volentieri.

Non intendo scadere nella controretorica – che sarebbe troppo facile del resto sostenere – per poi sentirmi dare della buonista. Io che buonista non sono stata mai (http://www.treccani.it/vocabolario/buonismo). Non intendo mostrare tutte le debolezze e le evidenze oserei dire scientifiche dell’insulsità che di questi tempi si sostiene riguardo alla migrazione e alla sua pericolosità. Perché so che se non siete dalla mia parte non ascolterete, né leggerete più avanti.

Comunque, non si sa mai, potreste dare un’occhiata a due vecchi post.

Mi spiace per chi non ha ancora letto o non ha avuto tempo di studiare abbastanza per capire l’attuale sistema di controllo delle masse e la subdola manipolazione della propaganda politica ideata da italiani a danno di altri italiani. Dovrebbe fidarsi in questo momento di me, e certo che è difficile di questi tempi fidarsi di qualcuno! Ma io non prometto la luna. Prometto solo che, secondo me, se tu fossi disposto o disposta a dialogare e a leggere articoli lunghi e ben argomentati non provenienti da un’unica fonte, vivresti meglio la tua vita, staresti un poco meno male, ti sentiresti un poco più al sicuro, capiresti che la soluzione del tuo problema non è fuori da te, ma dentro di te. Oppure capiresti che, in fondo, non ti interessa niente di queste cose, ma davvero niente e quindi forse accetteresti il fatto che la tua vita continua e continuerà per così come è con o senza neri zingari sporchi immigrati in circolazione. Al limite, potrei accettare di comprendere i tuoi vissuti socialmente difficili o le tue brutte esperienze con la scuola e le istituzioni, potrei considerare il fatto che la mente umana è plasmabile e tu sei vittima del sistema che vuole mantenere le capacità intellettuali di cui siamo tutti naturalmente dotati sottosviluppate. Potrei capire che tu non sappia più dove aggrapparti per dare un senso al tuo essere animale sociale e politico. Ma almeno, dico almeno, mi lasceresti in pace e non remeresti contro di noi, sognatori di un mondo meticcio, di pari opportunità per tutti, difensori di diritti umani universali e inalienabili. E scusa se è poco.

Chi mi può capire, e forse mi leggerà perché è dalla stessa parte della barricata, anche se in un altro settore – come direbbe Il partigiano Johnny o meglio Beppe Fenoglio con cui spesso mi identifico quando anche io mi trovo a pensare “I’m in the wrong sector of the right side” –  mi piacerebbe riflettesse insieme a me e mi aiutasse a trovare soluzioni a questo. Al fatto che i nostri “nemici”, se ne abbiamo, non dipendono dal colore, tantomeno politico, non sono nessuna delle organizzazioni più o meno autogestite, più o meno istituzionali o istituzionalizzate che supportano o negano la validità delle nostre idee democratiche, antifasciste e antirazziste. Sono l’indifferenza, l’egoismo, la politica del prima-io, la depressione, i disturbi psicologici, la beata ignoranza delle persone e degli individui che danno forma al disagio sociale in cui viviamo. Abbiamo un problema enorme. Abbiamo il problema di educarci, di prenderci cura degli altri, di solidarizzare, di non cedere alla tentazione del sopraffare, del fare branco e seguire ciecamente il capobranco. Ed è un problema comportamentale che l’umanità in quanto specie ha sempre avuto. Abbiamo il problema del disimpegno morale, del vittimismo, della xenofobia. Tutti ce li abbiamo questi problemi. E certo non basta una manifestazione per capire quanto radicato permanga in noi se non ci mettiamo a decostruirlo tramite un serio percorso di crescita e sviluppo personale.

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