Anatomia dell’oppressione: perché Femen perché contro le religioni

Anatomia dell’oppressione – La critica di due Femen alle religioni, di Inna Shevchenko e Pauline Hillier, Anankelab 2018.

Compro e leggo questo libro, desiderandolo fortemente, per diversi motivi. Perché a scriverlo sono le due iniziatrici del movimento Femen che avevo la curiosità di comprendere meglio; perché la prefazione è di Monica Lanfranco che ho ascoltato per la prima volta non sulle pagine del suo blog, ma dal vivo all’università; per la fiducia nei confronti di una casa editrice: AnankeLab di Torino, con la quale ho avuto l’occasione di pubblicare un racconto in seguito al loro concorso annuale “Il colore delle donne”.

A un certo punto, in quel racconto, scrivevo questo che le editrici hanno scelto per farne cartolina.

Così, non appena apro il libro e mi imbatto nel titolo del primo paragrafo “Hakerare la scheda madre” mi è già tutto ben chiaro: queste autrici daranno risposte a moltissime mie domande. Soprattutto a quella principale che spesso mi viene rivolta a voce o mi viene fatta intendere con una semplice espressione facciale di circostanza, non appena faccio emergere anche solo con un mezzo pensiero una tematica da femminista: “ma basta paranoie, è ancora il caso? qual è il tuo problema adesso, non avete la libertà, cosa vuoi?”. Una sensazione che mi fa sentire strana, perché non capisco come sia possibile che oggi le donne e gli uomini non sappiano o se ne infischino dei costi umani pagati nel passato, tramite i quali abbiamo adesso diritto di parlare, di uscire, di lavorare, di scegliere, di amare o non amare. Come è possibile che non sappiano o non si preoccupino del fatto che rappresentiamo una piccola minoranza privilegiata in un mondo per la metà ancora sottomesso di diritto e di fatto dal patriarcato. Così si chiama, questo sistema sociale e culturale, ed è una brutta cosa.

Due donne europee ce lo ricordano e ce lo spiegano. Si chiamano Inna Shevchenko e Pauline Hillier. A me, che ero caduta nel tranello del “mah, è femminismo questa cosa qua…andare con le tette al vento in giro per il mondo a ricercare visibilità mediatica”, mi fanno capire che sì. Lo è più di tutte le altre idee in circolazione. Fin dai primi discorsi, mi fanno sentire immediatamente loro compagna. Loro che a causa di “due tette al vento” subiscono violenze, carcere, torture e rischiano davvero la vita.

Le donne coraggiose che spezzano il silenzio imposto da secoli e criticano, con il loro libero pensiero e la loro voce disinibita, i valori sessisti e iniqui della religione si espongono, più o meno pericolosamente a seconda del loro paese d’origine, a reali pericoli. Quotidianamente devono lavare gli sputi dal loro volto, cadono e si rialzano, affrontando tempeste. La loro vita viene sconvolta e spesso perdono famiglia, impiego, libertà pagando anche con la loro stessa vita. […] In quanto attiviste anche la nostra voce partecipa a questa lotta corale, urliamo per scandire i nostri slogan, anche sotto i colpi degli oppositori, anche ammanettate, anche con il volto schiacciato sotto un ginocchio o il pugno. Incassiamo insulti e minacce, cancelliamo l’odio di tutti coloro che preferirebbero “che chiudessero il becco queste Femen”. Inna è stata costretta all’esilio per poter continuare a far sentire questa voce che i cattolici ortodossi e l’apparato di Stato ucraino, corrotto fino al midollo, tentavano di far tacere in ogni modo. Anatomia dell’oppressione – p. 67-68

E la domanda non è, ma chi glielo fa fare, la domanda è: “È ancora così potenzialmente rivoluzionario e pericoloso essere e vivere in un corpo femminile?”. Le risposte le troverete in ogni capitolo. Sono sette e riguardano alcune parti del corpo altamente simboliche: la testa, il seno, il cuore, il ventre, le mani, l’organo sessuale, i piedi.

In questo testo io ho trovato il presente del femminismo e non il passato, la pratica e non solo la teoria, ho compreso il rischio del mio essere libera, il motivo per non cedere totalmente ai relativismi culturali, la cura che sana le ferite che ogni giorno milioni di donne su questa terra e nella vita reale subiscono, l’urgenza di un punto di vista plurale e di azioni che siano individuali e collettive insieme, la gioia di scoprire che più varchiamo i confini più troviamo anime affini, la certezza che quando tutto crolla barricarsi in casa non serve, serve aprire tutto e andare, al limite, scappare.

Ogni parte del corpo della donna vive da secoli sottomessa a dettami di origine religiosa patriarcale, che si tramandano di generazione in generazione e si concretizzano in comportamenti ammissibili e normali, talvolta, persino per noi donne occidentali apparentemente e da tempi brevissimi liberate. Ad esempio: indossare un velo, evitare di prendere la parola in certi contesti, evitare di uscire o farsi vedere in giro da sole, nascondere il seno, sopportare umiliazioni per amore, auto-censurarsi pur di portare avanti una relazione o la propria vita professionale, avere paura dell’abbandono, rinunciare alla serenità e alla libertà in nome della pace familiare o del mestiere che si decide di fare, non comprendere la scelta di chi decide di abortire, non stringere la mano a un uomo o non salutarlo “fisicamente”, non abbracciarlo poiché tale contatto fisico potrebbe essere frainteso, sentirsi inadeguate se donne adulte né madri né mogli, pensare che essere bella è potenzialmente una colpa o una sfortuna, non ricordarsi di avere una vagina che non esiste solo per procreare – e infatti la presenza del clitoride, tra l’altro parte anatomica erettile dell’organo sessuale femminile, ce lo conferma…

E insomma, non ve lo spiego tutto questo libro, perché vorrei che ve lo procuraste e lo leggeste direttamente. Anzi, che ve lo studiaste.

Come attiviste e autrici, avendo incrociato le strade di numerose altre attiviste, di ogni età e nazionalità ed essendoci nutrite delle opere di numerosi autori e autrici impegnati, sappiamo bene quanto siano preziose la libertà di opinione e di espressione. Conosciamo i pericoli che pesano su coloro che le esercitano e sappiamo che talvolta si pagano al prezzo della vita stessa. La libertà di espressione appare spesso come un privilegio acquisito del mondo occidentale, eppure anche qui viene regolarmente minacciata. Inna ha cominciato il suo attivismo in Ucraina, in Russia e in Bielorussia; in Paesi dove la libertà di espressione è lotta quotidiana, ha conosciuto cosa significa esserne privata, è stata perseguitata e messa in esilio per aver esercitato tale diritto. Ha conosciuto l’insopportabile pressione delle mani del potere maschile che ha imbavagliato la sua bocca, in senso proprio e figurato. Il gesto, altamente simbolico, è una delle prime reazioni che suscitano le azioni di Femen alle quali partecipiamo, è universale e tipicamente maschile. Poliziotti e agenti della sicurezza russa, ucraina, turca, italiana, francese, canadese o tunisina parlano lo stesso linguaggio corporale. Quando una donna scandisce un messaggio, la imbavagliano per impedirle di esprimersi. In questo gesto risiede il simbolo di confisca maschile della parola femminile. Anatomia dell’oppressione – p.57

 

 

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