La soldata nel “Limbo” di Melania Mazzucco

Ovvero del romanzo neocoloniale italiano possibile o scrivibile. Melania Mazzucco e l’Afghanistan immaginato attraverso gli occhi di una donna soldata.

Non storcete il naso al leggere o sentire la parola “soldata”, che è il femminile regolare di soldato. No, non ci sarebbe bisogno di scomodare il femminile in -essa, anche se non sembra più essere usato per prendere un po’ in giro la donna soldato, magari accompagnando la dizione a un tono sarcastico e al corruccio canzonatorio disegnato con gli angoli della bocca.

Ma veniamo a noi. Ho letto una prima edizione di “Limbo”, Einaudi 2012, presa in prestito alla biblioteca di Piobesi Torinese, senza nessuna aspettativa, solo perché Melania Mazzucco è un’autrice che mi piace molto e piano piano vorrei leggerne tutti i romanzi – potete leggerne un estratto qui: http://www.einaudi.it/var/einaudi/contenuto/extra/978880620938PCA.pdf). Del resto è da quando mi sono trasferita qui, nella seconda cintura torinese che così, a scatola chiusa, mi fido della selezione della biblioteca e della bibliotecaria di Piobesi e devo dire che finora non mi hanno delusa per niente. Perciò, non avevo nemmeno idea che questo libro parlasse di guerra, di Afghanistan e di missioni dell’Esercito Italiano.

Ecco. Mi sono portata a casa “Limbo”, senza un perché. Nel corso della lettura ho capito come mai finora non avessi avuto modo di scoprire questo romanzo. Solo dal titolo non immagini certo che parli di una soldata: Melania Paris, sopravvissuta a un attacco durante una delle missioni italiane in Afghanistan. E quindi, nonostante il mio interesse per questioni di genere e militariste, nonostante i miei studi sul romanzo coloniale, postcoloniale, neocoloniale, imperialista e chi ha più etichette ne metta… certo che sarebbe sfuggito alle mie sommarie e saltuarie ricerche post-laurea.

Ma appunto, capita che anche se non li cerchi, i romanzi ti vengono incontro come ti vengono incontro certe storie, così come ti vengono incontro certe persone ecc ecc. E ti cambiano qualcosa, la vita o il punto di vista, l’idea o la mancanza di idea. Sono una lettrice all’antica, spesso romantica, calvinista nel senso del lettore secondo Calvino.

Ma tornando a Melania Mazzucco e a “Limbo”. Finora pensavo che il romanzo coloniale italiano non potesse esistere più, nemmeno in senso neocoloniale. Non per mancanza di materiale coloniale, quanto per mancanza di scritture complesse, di problematicità, per carenza di penne che riuscissero a non farsi ingabbiare dai tentativi di seduzione sempre in agguato provenienti dallo stile giornalistico o propagandistico, autobiografico o didascalico, filmico – che siano “buoni o cattivi”, per intenderci.

E invece eccola qui, l’erede del “Tempo di uccidere” di Flaiano, probabilmente a sua insaputa: Melania Mazzucco. Che sbanca e mette insieme questione di genere e militarismo con un personaggio forte, una storia verosimile e una scrittura come piace a noi, amanti della tradizione letteraria italiana. Che ci mette di fronte a un incontro coloniale – neocoloniale – che non avevo mai letto: tra una soldata e, in questo caso, gli afgani. (Se conoscete altri romanzi italiani del genere, vi prego di segnalarmeli).

Mi diressi verso il camion, impacciata dai dieci chili del giubbotto antiproiettile, dalle armi, dall’elmetto. Percepii uno scalpiccio. Tempo di reazione, una frazione di secondo: imbracciai il fucile. Ma dietro il muro spuntò solo un nugolo di ragazzini. Erano impolverati, scalzi, luridi. Li guardai, sorpresa, e però contenta. Alcuni avevano i capelli biondi, altri occhi scuri da tibetani. Anche loro mi guardarono. Il più piccolo, forse cinque anni, mi fissò come fossi un’extraterrestre. I più grandi fecero un gesto che mi sembrò decisamente osceno ma che sul momento preferii non decifrare. Mi gridarono qualcosa. Sentii dolore al polpaccio. Poi capii che mi stavano tirando le pietre. p.95

Ci sarebbero davvero tanti elementi da appuntare per una più approfondita analisi del romanzo, ne accenno solo alcuni sperando di suscitare la curiosità.

  • C’è la donna soldata per sua scelta volontaria, inserita all’interno del modello di società più maschilista del mondo, quale quello dell’esercito.
  • C’è l’Afghanistan contemporaneo, guardato attraverso gli occhi dello straniero.

  • Ci sono le missioni italiane all’estero, straordinariamente salvate dalla facile retorica. C’è l’ultima ruota del carro che convive con l’assurdo dell’essere “portatore di pace”, ma comunque simbolo di occupazione straniera e di guerra. C’è il mito degli “italiani brava gente” e lo scontro con la nuda verità.
  • C’è il contatto culturale possibile solo con collaborazionisti, per scelta o per mancanza di scelta, afgani. C’è il personaggio-ponte: l’interprete Karim Ghaznavi che finisce nell’esplosione insieme alla protagonista. Un afgano necessario a Manuela Paris, considerato che proprio in quanto donna, non viene ammessa a partecipare alle riunioni operative con gli afgani, cosa che nasconde dietro il “rispetto” della cultura locale l’ennesima anomalia maschilista non da poco e che la esclude dai molti contatti umani, anche con le donne del posto.

Solo un quotidiano di estrema sinistra ha parlato di Ghaznavi. […] L’autore del pezzo che menzionava Ghaznavi esprimeva un duro, polemico giudizio sulla missione e considerazioni amare sulla sorte dell’interprete e – più in generale – della popolazione afghana. Considerazioni che mi hanno offeso e ferito, pure se, in qualche modo, le condivido. Ma l’autore trasformava Ghaznavi in un simbolo anonimo della carneficina: non lo avevano mai visto. Solo io avrei potuto scrivere di quell’uomo, che era un individuo con un passato e una storia, con dei difetti e delle qualità, dei ricordi e dei sogni, come Lorenzo, come Diego, come Nicola Russo. Ma nessuno me lo ha chiesto, e dopo un colloquio col colonnello Minotto, per timore che qualcuno potesse leggerle e incolparmi di benevolenza nei confronti di un uomo accusato di un crimine, ho strappato le pagine del diario in cui parlavo di lui e le ho bruciate. So che Ghaznavi mi avrebbe perdonata, perché anche lui ha provato l’amarezza di ridurre in cenere parole che pure gli erano indispensabili.

Adesso il Professore esiste solo in pochi, sparsi fotogrammi della mia memoria. L’ultimo lo coglie pochi istanti prima della fine. L’8 giugno Ghaznavi era al lavoro per il comando della 9a compagnia, come sempre. Impeccabile, sudato, stanco, coi mocassini gialli di polvere e gli occhi tristi. Al momento dell’esplosione, era accanto al tenente Russo. Traduceva per lui parole essenziali o prive di importanza, che nessuno ormai conoscerà più. (pp.321-322)

  • C’è la disillusione della protagonista che, grazie al tentativo di salvare mito e realtà, permette la complessità del pensiero e dei punti di vista narrati in questo romanzo.
  • C’è la storia d’amore, per alleggerire qualche animo. A questo direi che avrei rinunciato volentieri, ma non ne faccio una colpa, in fondo la protagonista è pur sempre una donna e la lettrice, probabilmente, anche. Per cui comprendo questo cedimento che vena di rosa la parte dedicata al rimpatrio della soldata.

Infine, c’è la chiave di lettura di questa impresa letteraria, accennata nella post-fazione dell’autrice.

Le opinioni, gli errori e le invenzioni sono solo miei. Ho sintetizzato passaggi, modificato procedure, alterato il palcoscenico di certi riti. Un romanzo è una costruzione, un’avventura, un’ipotesi. La verosimiglianza mi interessava più della filologia, la possibilità più della cronaca, perciò mi sono presa parecchie libertà.

I Popoli della Terra è stata la mia lettura preferita nel 1974. Tre volte ho organizzato il mio viaggio in Afghanistan. La prima con la mia amica Francesca, la seconda con Annemarie Schwarzenbach. Entrambe ci sono andate senza di me. L’ultima volta sono arrivata al confine, nel deserto del Balucistan. La strada oltre la torretta della guardia era minata. Non chiedevano visti né permessi. C’era la guerra, di là, e un regime di cui non si sapeva niente. Passavano solo combattenti armati, medici, trafficanti di droga e contrabbandieri. Io contrabbando parole e sono passata – senza lasciare impronte sulla sabbia. Limbo è il mio viaggio.

“Limbo” è un viaggio immaginario di una contrabbandiera di parole in una terra straniera che non c’è. O meglio, che sembra non esserci più o forse non c’è mai stata. E l’unica cosa che il maresciallo Paris può fare per sentirsene vagamente parte è leggerla sui libri. E così, in fondo Manuela Paris diventa un po’ anche Melania Mazzucco: come lei una lettrice e una scrittrice dell’altrove.

I marescialli giocavano a carte nella baracca della logistica. A me non è mai piaciuto giocare a carte, e dopo le prime settimane, in cui mi sono unita a loro perché non volevo dare l’impressione di essere asociale o altezzosa o chissà cosa, preferivo starmene per conto mio. Seduta su una panca di legno, a un tavolo della mensa vuota, leggevo libri di viaggiatori che in macchina, a cavallo o perfino a piedi, pochi anni prima o nel 1939, come giornalisti, fotografi medici, spie o pacifisti, avevano percorso l’Afghanistan, il paese che stava là dietro il filo spinato, e che però a me era precluso. E ogni volta che il sole affondava nella caligine, e l’ombra scendeva dalle montagne, avvolgendo a poco a poco la base, le tende, gli hesco bastion di protezione e le torrette di guardia, avevo l’impressione che niente, là fuori, esistesse più. p. 234

Invece…

Foto tratte da:

https://www.taschen.com/pages/en/catalogue/photography/all/05326/facts.steve_mccurry_afghanistan.htm;

– https://skateistan.org/projects/kabul.

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