Risciacquando i panni in Arno – Firenze, febbraio 2018

C’erano molte cose a cui pensavo mentre prendevo il treno per Firenze. Stavano succedendo in diverse parti d’Italia e io me le stavo perdendo.

Avrei voluto esserci alla manifestazione antifascista a Macerata, al corteo di solidarietà per Afrin a Torino, all’appuntamento antimilitarista a Punta Izzo in Sicilia. Ah sì, c’era anche il Carnevale. Beh, il Carnevale l’ho evitato un po’ volendolo. Non mi sono mai sentita in vena di prendere parte a questa festa popolare, devo ammetterlo. Che poi se la vita è oggi tutta un carnevale e noi siamo le maschere di noi stessi, non faccio altro che viverla ogni giorno questa carnevalata che è la società.

Giusto per non divagare, il fatto è che mentre il Bel Paese mi chiamava a raccolta su più punti, venerdì scorso io invece parevo fuggire. Con uno zaino pieno di libri e di chiavi di case e con altre case, delle quali non avevo le chiavi, ma che mi aspettavano aperte comunque.

E andavo, fuggivo, fuggivo col corpo e con la mente, a tutta velocità sul Freccia Rossa Torino – Firenze, mentre tornavo invece come sempre a qualcosa di me che non mi lascia mai, una specie di tela che mi imbriglia tra le trame del tessuto reale, fatto di amicizia, senso di appartenenza, radice, essenza e sostanza.

Scrivevo una mail così, ad Elena, al ritorno da Firenze. Era il 2014.

1 maggio Firenze – Torino, Carrozza 7 posto 9

Non so se forse è il destino dei viaggiatori rincuorarsi per un sorriso rubato all’ombra dei platani, sperando che ancora non piova, che rimanga il verde incolto sui prati, le camomille quasi alla fine, quel disordine delle siepi germogliate senza ritegno per le cure del giardiniere stanco. Che pare Firenze dai recinti di una villa malcolta? Puoi sentirti all’avventura su suoi brevi sentieri fintosegreti. Come se fosse possibile avere ancora paura di rischiare di rimetterci le scarpe o di sbucciarsi i ginocchi.

Non è forse destino dei viaggiatori struggersi? Per tutte le vite che non avrai mai, per tutte le mani che non sfiorerai, per tutti gli abbracci e le carezze sempre troppo brevi, intime e distanti come solo sanno quanti capiscono il meglio per te e di te colto sempre, ora come allora, in un tuo sguardo che fugge lontano.

Firenze non mi vinci. Non mi vincono le tue marie in fiore e novelle, non mi vince l’ordine che sa dare alla mia mente certa tua estetica perfezione. Mi vince un merlo dal becco giallo, un gatto rosso sul davanzale, mi vincono giri di tango rubati, i passi nuovi di vecchi compagni, umori, soggezioni e impressioni raccolti dagli angoli degli occhi. E se anche m’abbandono alle folate di un vento improvviso e maldestro che trascina con me quello che vedo solo attraverso le ciglia di altri…perché non goderselo?

Scrivo invece così oggi. A tutti voi. Sempre tornando, ma a Capodistria. Più o meno quattro anni dopo.

Firenze hai vinto tu. Ha vinto la tua sospensione nel tempo, la tua storia di bellezza, il fianco bianco che allude muto alle ebbrezze delle passanti. Ha vinto la tua notte, il silenzio delle strade carico di vita, hanno vinto gli anfratti e le segrete dei palazzi vecchi e nuovi dentro cui ci nascondiamo, ci incontriamo, ci amiamo. Ha vinto la domenica presa di petto, cosparsa di raggi sottili capaci di calore, animata da nuvolette capricciose, hanno vinto l’orizzonte merlato, le cupole, le torri e le genti del parco a caccia di pensieri felici.

Firenze: sai che la tua sicura eleganza, il tuo orgoglio, il tuo ostentare l’amore che ti viene dedicato da secoli mi dà di solito ai nervi. E poi… finisce sempre che passiamo e spassiamo sul Ponte Vecchio come abbiamo fatto e faremo ancora, noi gente qualunque. In effetti non ci sarebbe nulla di speciale. In fondo c’è solo un fiume come tanti altri fiumi. E c’è una città attraversata dal fiume, proprio come tante altre città. Però questa è Firenze. Lo capisci perché è oggettivamente un capolavoro.

Hai vinto non solo la poesia, ma persino l’invidia hai vinto questa volta, Firenze.

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