La mia classe è vuota.

Per il ciclo “Grandi temi d’autunno”: precarietà, sindacati e coscienza di classe.

Tra i buoni propositi di fine estate e inizio settembre avevo quello di scrivere di più. Avevo tutto un piano di rinnovamento e focalizzazione su temi – quasi – pronto. E però… il tempo è ricominciato a correre veloce. Dopo la pausa estiva mi sono ancora capitate occasioni di lavoro nel campo dell’insegnamento, che mi hanno portata a insegnare lingua italiana a Trieste per un mese e poi ancora a trasferirmi nel giro di un fine settimana in Piemonte, per un incarico annuale nelle scuole pubbliche italiane.

Ma anche se sono iscritta in terza fascia, per favore: non chiamatemi “precaria della scuola”. Perché mi sembrerebbe persino di dire troppo. Sono qualcos’altro. Forse una precaria dell’insegnamento in generale. Io direi semplicemente che sono un’insegnante che va dove c’è bisogno della sua professionalità e nemmeno troppo “precaria”, dato che posso dire che, nel bene e nel male, ho sempre lavorato con regolarità, a volte persino dignitosamente pagata.

Finora ho cercato di fuggire il concetto di “precarizzazione” associato a me stessa e al mio stile di vita. Perché non credo rappresenti la mia complessità. Ho cercato di crearmi un’idea di precarietà che desse un senso al mio incessante cambiare luoghi di lavoro, persone, obiettivi generali, minimi e specifici; che desse un senso al mio non avere uno stipendio continuo e assicurato, poiché lavoratrice nel settore privato. Anche perché, posso serenamente dire di essermela cercata, andando dietro a quel lato irrequieto che mi caratterizza e con cui ho definitivamente fatto pace (io, forse chi mi vorrebbe vicina ancora no). In questo senso ho dunque dovuto trovare un significato e una motivazione tutta mia. Infatti, anche se è una tua scelta, non è facile prendere e partire. Per quanto possa sembrare bello e interessante anche agli occhi degli altri, è sempre tutto “un equilibrio sopra la follia”, giusto per fare una citazione pop.

Non me ne pento. È vero che secondo il MIUR io non ho che poche certificazioni, poco canonico servizio, poco punteggio. Ma io so che chi lavora con me sa che: posso vantare un’esperienza di insegnamento piuttosto ampia, di relazione con bambini e ragazzini di elementari e medie, ragazzi delle superiori e, infine, anche con adulti; sono in grado di progettare e programmare per obiettivi; so affrontare classi facili e classi difficili; conosco le potenzialità e so valorizzare la ricchezza delle diversità individuali; insegno come migliorare; so apprendere e affrontare ambienti nuovi; so gestire gli imprevisti e sopporto situazioni di alto stress (…sul luogo di lavoro, poi a casa dormo per dieci ore). Perdonerete queste affermazioni da curriculum e da persona che cerca di fare impressione al colloquio di lavoro. Perdonerete l’arroganza di una giovane insegnante che non è che farebbe di tutto ma, pur di fare il suo lavoro, andrebbe dappertutto. Concedetemele, perché anche a giudicare dalle relazioni positive e dai feedback avuti finora, non ho da fare la falsa modesta. E potete dare anche per scontato il fatto che un insegnante convive con la certezza che “non si smette mai di imparare”.

Comunque, non chiamatemi “precaria della scuola”, perché non lo sono. Non ancora. E credo che, in virtù del mio mercato del lavoro e del mondo dell’insegnamento, io non sia molto “sindacalizzabile” dal settore scuola al momento, con buona pace della lunga tradizione italiana (sindacale e politica) che ancora stenta a crederci, ma non sembra avere chiaro il fatto che per riprenderci e riunirci dovrebbe comprenderci tutti, noi lavoratori, noi insegnanti, noi educatori, noi facilitatori, noi consulenti, noi collaboratori… noi.

Prima di chiamarci alle armi, i sindacati e affini dovrebbero spiegarci di nuovo in cosa consistano i nostri diritti, semmai ne avessimo ancora. Dovrebbero attivarsi per creare spazi di elaborazione collettiva, perché forse dobbiamo definirne di nuovi. Non mi servono agenzie di servizio, che mi sbrighino pratiche e mi compilino domande. Mi servono luoghi, spazi, metodi e strumenti di confronto, possibilità di azione, momenti decisionali, persone, compagni e compagne. La mia classe è vuota.

L’unica coscienza di classe che ancora riconosco è quella dei miei studenti. Quella che costruiamo insieme a volte in un giorno, a volte in settimane e mesi, bene che ci va in un anno.

 

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