Trieste – 18 settembre 2017

Trieste 18 settembre 2017 – h:21:00

Faccio una cosa che non facevo da un bel po’. Da secoli. Da millenni.

Sto scrivendo al computer poggiato sulla scrivania di una piccola stanzetta, con un letto singolo, una poltrona, una scrivania e qualche sedia. Sto scrivendo. E fin qui tutto bene, in realtà non ci sarebbe nulla di strano.

Ma non ho internet. Ebbene sì. Scrivo e non ho internet. Forse per voi, cari scrittori consumati e blogger affermate è la normalità. Forse è così che si deve fare. Da qualche parte, ho letto, qualcuno consigliava proprio questo per aumentare la propria produttività nella scrittura: mettersi off-line dalla vita.

Però, per una come me che della rete ama tutti gli input che le dà, tutti i link che soddisfano la sua voglia di certezze, che cerca di cogliere tutte le possibilità di creare connessioni orizzontali, verticali e tridimensionali, per una come me che non si ricorda praticamente più come era il mondo prima… fidatevi che è dura.

Eppure l’ho vissuto un altro mondo, mi pare di esserci cresciuta senza questo chiacchiericcio in sottofondo, senza questa usanza pubblica dell’immagine privata.

Mi fa proprio specie. Torno quasi romita e strana a passar del viver mio la primavera. Ecco. Nel silenzio riemergono le parole antiche, le care lettere, i dolci suoni. Ritornano e, per me, sono sempre voci di vecchi amici, dei poeti dei tempi di scuola, dei versi e degli autori preferiti.

Avete riconosciuto, spero, Leopardi. Purtroppo mi sono accorta, ahimè crescendo, che ho pochi nomi di donna tra i miei libri di scuola. Questo mi spiace un po’.

Comunque, non è adesso il momento di recriminare e chiedere conto al sistema se tra mille di migliaia e migliaia di miliardi di parole in diverse lingue, mi ritorna sempre quella poesia. Quanto l’ho amata! Il passero solitario. Quando l’ho incontrata per la prima volta sapevo leggere da poco, perché ricordo che andavo ancora alle elementari. I miei genitori, assecondando la loro bambina lettrice, compravano spesso libri anche a caso, scontati, in occasione.

E c’erano queste edizioni da 1000 lire, credo opere omnie di autori classici. E c’era l’opera omnia di Leopardi. E c’ero io che a un certo punto, per caso, apro questo libro scritto a caratteri piccoli piccoli. Lo apro e capito sul Passero solitario e anche se capisco la metà delle cose che ci sono scritte, questa poesia è mia.

Sono io che vado alla campagna cantando fino a che non more il giorno, sono io che sento pecore e mucche e guardo gli stormi di uccelli in volo ed è a me che intenerisce il cuore ad ammirare Primavera. Sono io quel passero solitario e sono io quella pensosa e in disparte che va per le vie del paese durante i giorni di festa patronale e osserva le persone, i gesti, i suoni. Quella volta ho deciso di impararla a memoria e questo canto è, credo, l’unica poesia a memoria che ancora so.

E non ho niente di multimediale per farvi calare insieme a me in questo dolce ricordo infantile, non posso fare una foto del libro perché il libro è in Sicilia, mentre io sono a Trieste. Non posso cercare un audio mozzafiato, che ne so, di Gassman e allegarlo a questa pagina perché non ho internet, non posso nemmeno cercare un’immagine qualsiasi, ho con me solo il mio piccolo dieci pollici a cui lascio la memoria libera e sgombra (ha dieci anni poverino, compie ancora bene il suo dovere ma appunto, lo tengo leggero).

Non posso nemmeno cercare sinonimi o parole più specifiche per delle cose che non mi vengono in mente ma che saprei come definire…! Tragedia!

Questo post rimarrà semplicemente e puramente una scrittura. Lo pubblicherò, tra l’altro, in differita come lo erano una volta le lettere migliori.

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