La garibaldina – storie e memorie di Sicilia orientale.

La garibaldina, di Elio Vittorini, viaggia su un treno diretto a Terranova, accompagnata da un ingenuo soldato che ne vedrà di tutti i colori. Ovvero quando estrai a sorte una lettura estiva, pescando dalla libreria di tua cognata.

La garibaldina (1950). Non sapevo nemmeno esistesse questo racconto di Elio Vittorini che ho trovato scorrendo i titoli della libreria di mia cognata, che a scrocco visito sempre quando torno a casa in Sicilia. Mi viene facile del resto, perché ha avuto la piacevole necessità, e anche bontà direi, di lasciare una parte delle sue letture da studentessa universitaria a qualche metro da me.

What a lucky girl! 🙂

Questo Vittorini non lo conoscevo. Conoscevo quello canonico di Conversazione in Sicilia. E invece, già dalle prime pagine, capisco che se sei cresciuta con lo sguardo che corre sulla Piana di Gela, dai pendii al mare, se il giallo del grano è il colore dell’estate e il verde del carciofo quello dell’inverno, se pensi all’acqua come a un bene primario, insostituibile e da tutelare senza che te lo insegnino a scuola, se il treno è un mezzo di trasporto affascinante tanto quanto incomprensibilmente inutile, se Canicattì è un posto ai confini del mondo che manco sei sicura che esista, anche se dista solo una settantina di chilometri da te che vivi a Niscemi… allora devi leggere assolutamente “La garibaldina”. Beh, suvvia, lo consiglierei a tutti quanti abitino nel circondario. In effetti, lo consiglierei anche se non ne sai niente di Sicilie e storie di Sicilie. Anche se non ne sai niente di Vittorini. Perché dentro questo racconto c’è Vittorini, ma anche molta sicilianitude, più di quanto me ne potessi aspettare. E non solo antropologicamente parlando.

1.C’è il viaggio. In treno, reale, lungo, interminabile, polveroso e scomodo. E, soprattutto, perennemente in ritardo. Un treno che deve portare un giovane bersagliere da Ragusa a Terranova (Gela) e che gli farà perdere quasi un giorno di licenza.

2. C’è l’acqua. Che manca e, dall’altra parte, l’antica nobiltà siciliana che mantiene la sua influenza e continua a essere padrona dei destini altrui.

Il treno avrebbe dovuto provvedere, con trasporto di carri cisterna, al rifornimento dell’acqua potabile per alcune località che n’erano prive tra Ragusa e Licata. Viaggiando a tempo di treno viaggiatori non poteva provvedervi, e le fontane di Comiso o di Licata restavano poi asciutte ogni giorno fino alle due del pomeriggio per le turbe di donne e di ragazzini che vi si recavano ad attingere anche da frazioni lontane dodici chilometri. IV

3. C’è la donna. La garibaldina Leonilda, un’anziana baronessa un po’ matta, un po’ capricciosa, un po’ imperiosa, un po’ giusta e un po’ sbagliata, contraddittoria ma comunque lucidamente presente a se stessa e al mondo, che fa girare come le pare.

 – E ora ci terrete fermi qui fino a che quello (un altro treno) non sia arrivato a Vittoria? – Era di questo indignata. Ombre di ferrovieri si raccoglievano, con in pugno lanterne, sotto al finestrino. Le rispondevano chiamandola “signora baronessa”, e cercavano di calmarla, ma lei voleva il capotreno, voleva il capostazione. – Che baronessa e baronessa! […] – Li hai sentiti? – continuò col nostro bersagliere. – Ci fanno ripartire prima che l’altro sia arrivato a Vittoria. È bastato ch’io facessi loro una sfuriata e ci mandano alla rincorsa dell’altro. XI

4. Ci sono le voci. Che corrono di balcone in balcone a Terranova, c’è il “curtigghio” (pettegolezzo) della vita sempre sotto gli occhi di tutti e da tutti giudicata. C’è il caldo, ci sono le tapparelle di paglia, per tenere aperto, cosa che adesso non serve più grazie ai climatizzatori.

Guardava dirimpetto, poco più avanti del lume sospeso in mezzo alla strada, i balconi dai quali pareva che fosse venuto lo scroscio di risa. Avevano stuoie di paglia, oltre al nero fogliame di ombre. I più, arrotolate in alto. Alcuni, invece, calate a metà. Uno, che era nel pieno chiarore del lume, l’aveva ancora calata tutta come contro il sole del pomeriggio. XXII

5. C’è la fame. C’è la guerra tra poveri. Ci sono le peripezie di un povero soldato e le angherie di poveri mietitori.

Il mietitore Giovinazzo e il mietitore dal fazzoletto rosso in testa si parlavano all’orecchio tra gurandi sghignazzate, e il vecchio disse al bersagliere che in fondo non ce l’avevano con lui. – È per la garibaldina che non li vuole più, – gli diceva. Continuava ad arricciare il faccino con smorfie maliziose, e gli diceva che doveva mettersi nei panni loro e compatirli. […] Mi spiego? Sono rimasti a spasso. Sono senza lavoro.

C’è tanto altro ancora che vi invito a leggere e a scoprire. Soltanto una cosa non c’è, e a lungo ho aspettato la sua comparsa, sempre lambita e presente sullo sfondo, ma mai nominata: Niscemi sulla collina. E così, con l’immaginazione, ce la aggiungo io a questa descrizione, con la quale vi lascio e vi auguro buona lettura.

Chiamata Dirillo e Ponte Dirillo da est a nord-est, e Uomo Morto a Nord, e Serra Gibliscemi più a nord, e Manfria e Mongiova nonché Suor Marchesa e Serra dei Drasi o complessivamente Buterese per tutto l’ovest-nord-ovest, questa fascia di mondo non compiuto, che se si districa dalle bave della malaria è solo in qualche punto affacciato sul lido del mare o elevato di almeno duecento metri, forma la notte da tre parti dell’altura di Terranova, come dalla quarta il mare, una immensità senza un lume in cui la vacillante lanterna d’un carretto fa temere a chi la scorge, finché non ode anche il cigolio delle ruote, di nemici stranieri e forse sovrannaturali che vengano a uno sterminio. XXII

Castelluccio sulla Piana di Gela, Giuseppe Leone

 

 

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