My London Calling

14 Luglio – Mi sveglio la mattina presto e mi sento come se fosse già ora di partire. Anche se l’aereo è alle dieci di sera. Perché è da settimane che sento che è già ora di partire. Nei giorni scorsi ho sbaraccato la casa, ho fatto scatole e deciso cosa portare con me.

Londra chiama. Ma non è la chiamata tipica da Grand Tour della nostra generazione, della serie: “cosa? Hai trent’anni e non sei mai stata a Londra?”. Sì, non ci sono mai stata, perché io in genere se mi muovo, se viaggio, lo faccio sempre per un motivo che raramente è stato l’andare e vedere. Molto più spesso mi muove la necessità dell’andare a trovare. E nemmeno posso dire che sia uno di quei viaggi da annoverare nelle serie “ne approfitto perché ho chi mi ospita”. No, perché non ne approfitto in questo senso del termine. Londra chiama e chiama proprio me. Mi chiama ed ha la voce di Giada, di James e di Noemi. Aspetta proprio me e ha l’aspetto dei miei amici, quelli degli anni maledetti e i cui volti continui a benedire ogni volta che li rivedi.

Parto, zaino in spalla, mille mila chilometri mi separano ancora, ma mi sento già là. Mi sento già a Londra da quando ci si è trasferita Giada. Parto da Capodistria, lascio la macchina a Trieste, raggiungo Treviso in treno e poi l’aeroporto. Faccio la brava durante le file e ai controlli e al gate e a questo e quello. Metto il cellulare in carica nell’attesa. Volo. Il tempo passa come sempre in uno stato mentale di trance meditativa, da corpo che viaggia. Forse dormo anche. Non mi ricordo. Atterriamo. La camminata fino all’area bagagli mi sembra lunghissima. Un uomo grida e ci separa in due file, una per chi ha il passaporto e una per chi ha le carte d’identità. Ovviamente mi perdo qualcosa, chiedo e mi risponde gentilmente con un italiano perfetto. Non rimarrà l’unico. Non si scappa dalla storia d’Italia nemmeno qui, soprattutto qui.

Incontro Noemi durante la fila per i controlli al confine. Lei è qui per festeggiare i suoi primi trent’anni, è il regalo che le abbiamo fatto. Viene dalla Sicilia e siamo atterrate una dietro l’altra. Non ci vedevamo da tantissimo tempo e ci troviamo così: di fronte nel serpentone. Ci abbracciamo e ridiamo. Un’emozione che non scorderò mai. Tutti si girano verso di noi e sorridono. Siamo l’inizio di una delle tante storie di Londra. Siamo una di quelle scene belle che riempiono i cuori dei viaggiatori.

Gli altri ci aspettano a London City. Non so dove e non me lo ricordo, perché non importa. Non è questo il punto. Per quel che mi riguarda potremmo essere a Bangkok, a Caltagirone oppure al Polo Nord. I miei amici sono la mia Londra, almeno per i prossimi tre giorni e tre notti.

18 Luglio – Chiaro che abbiamo girato, chiaro che ho visto molte cose, chiaro che mi sono divertita, chiaro che adesso finalmente posso dire di essere stata a Londra. Ma mi sono molto più chiare le lacrime di addio, le lacerazioni a cui ho abituato il mio cuore, la sensazione di completezza e di forza che mi ha dato l’idea di essere circondata da chi mi migliora perché mi sa guardare, perché mi vede in prospettiva e mi descrive, mi chiarifica i dubbi, mi stimola alla discussione, conosce i miei limiti e non mi lascerebbe fare niente che vada contro di me, neanche se lo volessi. Troverebbe il modo.

Londra mi è sembrata bella, ma non di per sé. Per la gente. E, a parte i facili romanticismi, lo dico sul serio, perché quei pochi londinesi con cui abbiamo interagito mi sono proprio sembrati sorridenti e ben disposti alla chiacchiera, alla socializzazione. Certo bisogna tenere in considerazione il fatto che si è trattato di conoscenze da fine settimana mood, ma di questi tempi non è comunque scontato.

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