Passeggiata sul Carso triestino – luglio 2017

Sono arrivata fin qui due anni fa quasi stanca della vita, nonostante mi appassioni tutto di lei. Ho pensato che era arrivato il tempo di ritirarsi per un po’, cambiare aria per averla più a portata di mano e più pulita. Ho pensato che era il momento di avere tempo per chiudersi in se stessi, meditare la serenità, estraniarsi dal secolo e dare spazio a quello che chiamiamo spirito, troppe volte sommerso dalle cialtronate altrui e proprie, dai dubbi dell’esistenza, compromesso dai punti di vista a cui ti abitui, amati e odiati. Sono arrivata in un giorno d’estate, né caldo né freddo. Tutto sembrava semplice e perfetto, pronto a scorrere liscio e a distendersi come il mare calmo che è diventato il mio orizzonte di ogni giorno.

La buona notizia è che è ancora così. Per questo oggi passeggio serena sotto i pini neri del Carso triestino con una strana compagnia, fatta di adolescenti di cui non conosco un solo nome, ma che mi guidano tra i sentieri che sono casa loro. Il paesaggio è verde e silenzioso, e lo diventa sempre più man mano che ci allontaniamo dalle strade. Mentre ci inerpichiamo calpestando frantumi di roccia bianca, all’ombra di querce, frassini e pini, il sole cocente arriva a chiazze, intrufolandosi tra le foglie. Loro, i ragazzi, ridono mentre camminano. Io osservo. Qualcuno più grande di me, che ne sa di piante e di storie di piante, racconta che un tempo il paesaggio non era questo. Sono stati gli austriaci a introdurre i pini neri, ad esempio, e a costruire i muretti a secco, per proteggere i campi dalla Bora, per far fermare la terra ed evitare l’arsura. Storie naturali e di relazioni tra uomo e ambiente che in pochi conoscono e che ti fanno vedere anche piccole cose all’improvviso con occhi diversi.

A sapere qual è la pianta giusta per trattenere la terra buona e far crescere un bel bosco rigoglioso e accogliente, la seminerei sul cuore di molte persone.

Camminiamo e ancora il mare non si vede, ma si sente. Questo odore inconfondibile mi riporta a un anno fa, nello stesso periodo. Ero proprio lì, ma per la prima volta, e mi ha fatto sentire come a casa perché era un misto di salsedine, di resina e di terra. Sapeva di siciliano, sapeva di Mediterraneo. Ma questo è l’Alto Adriatico. E ancora non lo vediamo.

Saliamo. E finalmente eccolo: il Golfo di Trieste fino quasi a Pirano! Possibile? Ecco, mi piace così tanto che vorrei dire che è il mio Carso… ma non lo è.

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