Tolentino e Isola, una storia di amicizia e solidarietà

Tolentino e Isola d’Istria. Due città separate da centinaia di chilomentri, dal Mar Adriatico e da un confine, eppure legate da un’amicizia che affonda le sue radici nel tempo.

Fin dagli anni Settanta, la comunità nazionale italiana di Isola ha coltivato e promosso i rapporti con gli abitanti di Tolentino,  prima grazie al Cantapiccolo e allo scambio frequente tra le famiglie dell’una e dell’altra parte, poi a livello sempre più istituzionale fino alla sigla del Gemellaggio ufficiale tra i Comuni di Isola e di Tolentino, tra il 1980 e il 1981. Nato da legami affettivi che non si sono mai persi del tutto e si sono anzi via via rinsaldati e rinnovati nel tempo, ha superato cambi di politica e di bandiera. Infatti, ai primi di novembre il Comune terremotato di Tolentino ha lanciato un appello che non è caduto nel vuoto e anzi, ha ricevuto una risposta lampo sia da parte della popolazione civile sia da parte degli enti istituzionali. Nel giro di due settimane erano pronti gli aiuti umanitari, erano stati raccolti i fondi necessari, erano stati ordinati e acquistati sei moduli abitativi. E il 17 novembre partivano, primi fra tutti, per Tolentino. E io con loro, al seguito di una delegazione istituzionale, con la possibilità di raccontare e fotografare questa bella storia di vera amicizia.

delegazione_isola-tolentino17 novembre – La delegazione è un misto di rappresentanza italo-slovena: il Presidente della Comunità Autogestita della Nazionalità Italiana di Isola Marko Gregorič, il Vicesindaco di Isola Gregor Perič e il Capogabinetto del Sindaco del Comune di Isola Polonca Skendžič, organizzatrice puntuale dei trasporti e responsabile dei contatti con Tolentino per tutto il tragitto e soggiorno. Viaggia con noi anche una troupe di RTV Capodistria con la giornalista Claudia Raspolič. Partiti intorno all’ora di pranzo, arriviamo in serata a Tolentino, accolti da Edoardo Mattioli, Presidente della Pro Loco con un passato da “cantapiccolo”. È sera e siamo attesi a cena, ma veniamo prima accompagnati per un breve tour panoramico:

Andando su, verso Visso e le altre frazioni non c’è più niente. Frazioni di montagna di settecento, mille persone. Non c’è più niente. Anche alcuni edifici costruiti con i criteri antisismici sono crollati. Le costruzioni in città hanno tenuto, però non sono più agibili. Adesso hanno iniziato a mettere qualcosa in sicurezza, fino a qualche giorno fa molte strade erano chiuse completamente. Ma vedete che è tutto deserto. Il centro storico è tutto inagibile, sono caduti i merli delle mura, le chiese sono chiuse, la Basilica di San Nicola è chiusa. L’ultimo grave terremoto pare risalga al 1700, così testimonia una vecchia immagine votiva.

Facciamo una breve tappa nell’area camper, zona di concentramento in caso di terremoto e dove tuttora preferisconoimg_8348 dormire per paura molte famiglie. Visitiamo anche un dormitorio, velocemente. Ci sono bambini che giocano a rincorrersi e fanno conoscenza l’uno dell’altro forse per la prima volta, trovando il bello in tutte le cose come solo i bambini sanno fare. A dire la verità i volontari che gestiscono il dormitorio non sembrano molto contenti di vedere giornalisti, forse non riuscendo a distinguere tra disturbatori e avvoltoi della notizia, ai quali purtroppo molti modi di fare giornalismo della catastrofe ci hanno abituato, e giornalisti sinceramente interessati alla cronaca e alla diffusione della conoscenza, in questo caso oltreconfine, in Slovenia.

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Infine, raggiungiamo la piazza principale, quella della Torre dell’Orologio, quartier generale e ritrovo operativo. Si sa che per ogni piccolo, medio, grande centro urbano d’Italia c’è una piazza principale, l’agorà di tutti, c’è un’abitudine alla frequentazione, un luogo di ritrovo naturale che non ha bisogno di essere geolocalizzato su nessun dispositivo mobile perché tu sappia dove si trovi e come si chiami: “Piazza”. Il ristorante La Genovese si trova subito attaccato alla Piazza. Risparmiato quasi per miracolo, dato che tutte le abitazioni, compreso il Municipio, non sono più agibili. La tavolata è numerosa, colorata e allegra. Protezione Civile della Val d’Aosta, il Sindaco Giuseppe Pezzanesi, gli Assessori comunali, amici e parenti, sloveni, valdostani e tolentinati tutti insieme, come se si trattasse della cena di Natale di una famiglia ritrovata. Si parla delle scosse di terremoto e delle conseguenze del terremoto, si ha l’esigenza di raccontare il trauma, di socializzarlo, ma in allegria. Sdrammatizzare, sorridersi, abbracciarsi, sono le manifestazioni concrete di comunità e vicinanza. E i tolentinati mi trasmettono un grande senso di dignità, determinata, fatta di amor proprio e sicurezza di poter contare sulla propria gente. Così, il calore e la forza che pensavi dovessi portare tu a loro, te lo danno loro a te. Poco spazio alla tristezza, nessuno per la disperazione. Alla fine della cena i valdostani ci preparano una bella sorpresa che suggella definitivamente la serata: la grolla, altrimenti detta “coppa dell’amicizia”.

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18 novembre – Alle nove del mattino circa, arrivano i TIR con i moduli abitativi. Con una certa emozione vengono scaricati e sistemati nella zona preposta temporaneamente. Alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni locali, tra i quali l’Assessore alle politiche sociali, delegato anche da parte del Sindaco, che in quel momento era in viaggio per Roma a riferire riguardo l’emergenza, ma anche alla presenza di alcuni esponenti della società civile come Don Gianni, parroco di Tolentino. I moduli abitativi, che contengono anche tutti gli aiuti raccolti, saranno successivamente destinati a uso ufficio parrocchiale e a uso abitativo per due famiglie in stretta necessità, così come individuate dall’amministrazione e dall’organizzazione che sta gestendo l’emergenza. Il fatto di ricevere moduli effettivamente abitabili e non semplici container non lascia indifferenti, date le polemiche tutte italiane riguardo questo aspetto. Oltre alla lentezza delle operazioni di acquisto e consegna, pare che le soluzioni abitative temporanee siano pensati non per essere autonome e/o individuali, ma per essere collegate a refettori, bagni e aree comuni. Nel frattempo si rischia di sgretolare del tutto l’unità sociale a causa dello spostamento della popolazione sulla costa e dei disagi che questo comporta. Chi potrà eviterà di certo una sistemazione da campo così pensata.

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Durante la giornata, facciamo un giro alla luce del sole tra le vie e i quartieri di Tolentino. Fa davvero impressione pensare che intere zone residenziali, dalle case bellissime, sono per la maggior parte del tutto da rifare. Dall’esterno, eccenzione fatta per alcune crepe e crolli evidenti, non sembrerebbe neppure. I danneggiamenti sono all’interno e alle fondamenta. Una città bella e ricca, centro d’eccellenza per l’industria manifatturiera e artigianale delle Marche, in Italia, nel mondo. Io, Tolentino, la conosco per la prima volta così e all’improvviso realizzo cosa significa quando scrivono che ad essere colpito è il cuore d’Italia, non solo dal punto di vista geografico, culturale e paesaggistico. Ci spiegano che, fortunatamente, le fabbriche non hanno avuto troppi danni e la produzione può andare avanti. Si continua a lavorare. Ma l’improvviso spopolamento non può che avere ricadute e conseguenze drammatiche per i commercianti e per tutta l’economia del territorio. Il post-terremoto non è soltanto ricostruire case, ma è ricostruire il tessuto economico e sociale, la vita di Tolentino. E forse dieci anni non bastano nemmeno, dicono.

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Pranziamo in una mensa scolastica, serviti da donne e volontari scout. Riprendere con la scuola, riprendere le attività sportive e ricreative, avere una propria casa e riappropriarsi dell’unità e serenità familiare, sono queste le priorità di Tolentino e di tutti i terremotati. Ma la priorità più alta fra tutte, che senti espressa da più parti è spesso questa: restare qui, restare insieme.

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Non sono andata a caccia di storie e di rappresentazioni del disagio. Ho parlato non tanto con i terremotati in senso stretto, quanto con coloro che li rappresentano (comunque anche loro nella categoria sfollati e terremotati). E queste persone non le conoscevo prima, tantomeno posso sapere i loro passati politici e personali. Ma ho visto il loro presente e conosciuto il loro adesso che è fatto di poche parole e molti fatti. Alla cena di commiato, il discorso di saluto del Sindaco Pezzanesi mi ha sinceramente colpito, proprio perché in certi contesti capisci che non è retorica, semplicemente perché non può esserlo. Perché il terremoto distrugge tutto e sconvolge tutti, senza fare distinzioni.

In una disgrazia gli unici aspetti positivi che emergono sono il valore della famiglia e della solidarietà. Ognuno di voi ha fatto la sua parte come se la nostra fosse una famiglia vera, come se noi fossimo fratelli che abitavano uno di qui e uno di là, che però quando la famiglia chiama, la famiglia c’è. Poi la solidarietà in generale, l’abbattimento delle barriere razziali, caratteriali, nazionali. Questa sera sono stato a cena in un centro in cui sono ospitate diverse etnie: macedone, albanese, slava, italiana… chi ha cucinato, chi ha comprato questo o quell’altro, ci si abbracciava, e i bambini, che sono la cartina di tornasole di una società civile e democratica, giocavano tutti insieme. Il buon Dio ci ha mandato una grande prova. Però noi eravamo vecchi dentro, arrugginiti, sporchi, non pronti ad apprezzare questi valori. Il terremoto da un lato ci ha distrutto dall’altro, che è quello caratteriale e umano, ci ha rigenerato. Su questa rigenerazione dobbiamo ricostruire la città che non sarà più la stessa città, perché per almeno per altri cinquanta o cento anni ci saranno questi valori: della solidarietà e dell’aiutarci vicendevolmente. Che avevamo dimenticato dopo la seconda guerra mondiale, riscoperti allora con un altro trauma. Stasera, uno mi ha detto ‘Sindaco cosa vuole che sia per noi un terremoto, noi abbiamo avuto una guerra dove le donne venivano violentate, ammazzate, altri erano messi nelle fosse comuni, per noi che abbiamo visto queste cose il terremoto è niente. Non abbiamo più la casa, ma siamo felici perché sappiamo di ripartire, ma tutti insieme’. Quindi, quando tornerete a Isola, portate questo messaggio: siamo più poveri immobiliarmente parlando ma molto più ricchi moralmente e intellettualmente. Grazie di cuore a tutti voi. Sperando che il terremoto abbia finito vi abbraccio a nome della comunità, esattamente 20471 persone.

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Tutti abbiamo assistito alle immagini agghiaccianti e abbiamo ascoltato le notizie che descrivevano le tremende conseguenze del terremoto del 24 agosto.  Nel corso dei mesi seguenti il cosiddetto sciame sismico ha reso invivibile la quotidianità di migliaia di persone. Le continue scosse di assestamento hanno continuato a recare danno fisico e psicologico alle zone colpite. Nel frattempo la macchina degli aiuti e dell’emergenza si attivava, nella speranza di far rientrare tutto nella norma quanto prima. Ma una nuova scossa di terremoto, il 26 ottobre e infine, l’ultima grande scossa del 30 ottobre, ha dato un definitivo colpo di grazia anche a quelle aree e a quei centri storici fino a quel momento risparmiati, se non dalla paura e dal trauma, dalle conseguenze strutturali. L’area terremotata definita “cratere” insiste sull’interno tre regioni: Lazio, Abruzzo, Umbria, ma soprattutte le MarcheQuesta grande catastrofe segnerà la storia di questi luoghi, molto di più dei terremoti passati. Non per ordine di importanza in termini di danneggiamenti, ma perché quello che sta accadendo è una profuganza coatta di migliaia e migliaia di persone che, stando così le cose, saranno sradicate forse per sempre. Si spera che non succeda, ma quando si spengono i riflettori cosa resta? Solo il racconto e la memoria di un passato che ci si augura che non sia solo ricostruito, ma tramandato di generazione in generazione.

 

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