Perchè è necessario esercitare i diritti

Ci sono molte cose che diamo per scontate, sia nel bene e sia nel male. Diamo per scontati amici, nemici, diamo per scontate le opinioni di chi non la pensa come noi e di chi è d’accordo con noi, così come diamo per scontate alcune cose che abbiamo oppure che non abbiamo: lavoro, soldi, salute, malattia, eternità. Alcuni danno per scontato che Dio esista, altri invece danno per scontato che non ci sia. Insomma, gira che ti rigira, finisci alla fiera dei luoghi comuni che, se sono così comuni, saranno da dare per scontati pure loro? Ci troviamo senza dubbio in un periodo molto particolare dal punto di vista della storia sociale, una specie di evoluzione o riassestamento di quanto culturalmente finora stabilito e ordinatamente costituito. I nostri diritti individuali, quelli sanciti dalla vecchia Costituzione antifascista, quelli accolti anche dall’Unione Europea (in modo vincolante solo dal 2009), quelli considerati diritti naturali della persona, sono in fase di rinegoziazione, per necessità di estensione o limitazione, per motivi economici e contingenti come quello di garantire la sicurezza e la produttività. Ma cos’è un diritto? Se prendiamo una definizione da vocabolario troviamo che per diritto si intende:

in senso oggettivo, il complesso di norme giuridiche, che comandano o vietano determinati comportamenti ai soggetti che ne sono destinatari, in senso soggettivo, la facoltà o pretesa, tutelata dalla legge, di un determinato comportamento attivo od omissivo da parte di altri, o la scienza che studia tali norme e facoltà, nel loro insieme e nei loro particolari raggruppamenti.

Già questa stessa definizione permette di capire un fatto molto semplice. Il diritto è il frutto di un compromesso tra ciò che si ritiene tale e ciò che deve essere tale. La storia del pensiero filosofico del diritto, delle organizzazioni sociali complesse, dibatte da sempre sul concetto di diritto: è questo qualcosa di trascendentale o di immanente? Tradotta suonerebbe più o meno così: il tuo diritto a esistere “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare“? Oppure deriva dalla razionalità e fisicità stessa dell’amministrazione della giustizia e, pertanto, dipende da cosa è giusto e cosa è sbagliato, per cui potresti anche essere considerato sbagliato e quindi perché non potrebbe chi di dovere, in tal caso, sopprimerti?

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Forse qualcuno non si è mai soffermato a rifletterci sopra, ma la definizione dei diritti, la loro garanzia, la legittimità della giustizia, la limitazione del potere, sono in effetti tra le produzioni culturali più astratte e razionali al tempo stesso della storia europea (sulle altre storie non mi pronucio, semplicemente perché non le conosco abbastanza). I diritti della persona, quelli che pensiamo essere naturali, quelli che ci insegnano essere inviolabili e inalienabili, sono tra i più aleatori che si possano immaginare. Sono frutto di una presa di posizione concordata e accolta da una certa scuola del pensiero razionale per cui l’utile coincide col miglioramento individuale e conseguentemente collettivo della società intera.

In qualche modo potremmo dire che, nel dispensare norme comportamentali e sensi di colpa, il caro Diritto laico ha sostituito il vecchio Dio Unico e Misericordioso. Quindi, quale sarebbe la differenza sostanziale tra umana pietās (volgarmente detta, compassione) e il rispetto dei diritti umani? Provo a rispondere, per come l’ho recepita io. Quello che cambia è solo l’esercizio del potere stesso. Infatti, in entrambi i casi l’azione compiuta/ricevuta può essere sancita e regolata da leggi e norme di comportamento. Per questo ti puoi trovare ad essere oggetto della pietās, ma non soggetto di diritto. Trattandosi di diritti dunque, è necessario esercitarli. Essere soggetti e non oggetti. Altrimenti non esistono. Le leggi, le norme, le regole e le sanzioni possono essere stabilite solo a posteriori. Infatti, in teoria, quando il nostro diritto viene rispettato, non diciamo grazie a nessuno, giustizia è, contestualmente, fatta. Quali che siano i tuoi diritti, dunque, esercitali. Fuori dalla morale e dalle convenzioni. Perché questo è il senso del loro diventare giurisprudenza di una società non sempre giusta, non sempre sbagliata.

 

 

 

 

 

 

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