Una famiglia istriana, di Ester Sardoz Barlessi

Storia e microstoria. Strutture sociali e rivoluzioni. Grandi eventi e quotidianità. Ester Sardoz Barlessi ci invita a entrare in una dimensione particolare e allo stesso tempo universale. Quella di una famiglia istriana tra le due guerre mondiali fino alle soglie del nuovo secolo.

 – È una femmina – disse con voce stanca Giovannina dalle bianche mani – si riprenderà. Le femmine sono più resistenti dei maschi. Angela sentì che gli occhi le si riempivano di lacrime e che tutto il dolore che le aveva lacerato il ventre le si era spostato nel petto. – Mi dispiace Nicola – mormorò, ed egli non trovò nessuna parola per confortarla. (Una famiglia istriana, Ester Sardoz Barlessi, EDIT, Fiume 2005, p. 16)

Siamo nel 1905 e la misoginia non è folklore o oggetto di ironia bipartisan, è la realtà. La protagonista di questo racconto non è una vittima della storia, né un esempio di ribellione o modello eversivo apripista di alcunché. Angela è essenzialmente una donna, moglie di Nicola, e una madre che vive per la famiglia. Quale famiglia? Quella che oggi in molti definiscono tradizionale, quella dei valori patriarcali, in cui la nascita di una femmina non voleva dire una gran gioia per nessuno. E infatti, quando finalmente nasce il desiderato maschietto:

Angela lo considerava un dono del cielo e con un non ben definito senso di colpa verso le figlie, sentiva di amarlo in un’altra maniera. E fu sempre così. Lo coccolava pensando che un giorno, essendo maschio, avrebbe avuto una vita più facile e tirava su Domenica inculcandole il rispetto e la sottomissione verso gli uomini come sua nonna aveva fatto con lei.” (p.47)

Sarebbe stata in grado di pensare e agire altro una donna analfabeta nelle sue condizioni, allora? Quale consapevolezza e dunque colpa può avere nel perpetuare il sistema sociale di oppressione uomo-donna? E anche consapevole, in quel contesto, sarebbe stata una madre migliore se avesse insegnato alle figlie e ai figli la ribellione, sapendo di riservargli così facendo a una vita ancora più dura? Sono queste le domande che sorgono spontanee e sollevano annose questioni femministe, vecchie e nuove. Eppure, ridurre il lavoro di Ester Sardoz Barlessi (Pola 1936) soltanto a questo aspetto storico e sociale del ruolo della donna, moglie e madre, guardiana della famiglia e responsabile comunque delle vite concessegli in dono da dio, sia maschi sia femmine, sarebbe poco. Infatti, si tratta di un romanzo storico di ampio respiro, che racconta della forza e delle necessità contingenti delle madri, in un tempo in cui le famiglie, le sacre unioni, furono divise dalla guerra e le donne, i bambini e gli anziani istriani dovettero abbandonare tutto e rifugiarsi nei campi profughi adibiti per loro dall’Impero a Wagna, in Stiria, in condizioni degradanti e poco sicure. Nel contempo, gli uomini, costretti a rimanere per combattare loro malgrado in quanto maschi, vissero l’abbandono e la solitudine improvvisa, senza sapere come cavarsela in una casa vuota, senza sapere neppure cucinare un piatto di pasta, preparare il caffè, rifare il letto. Ma la tempesta non si placò con la fine dalla prima grande guerra. Le famiglie istriane, ritrovate per breve tempo la pace e la gioia del ricongiungimento, dovettero affrontare nuove crisi e nuove separazioni durante la seconda grande guerra e ancora oltre, gli esodi e le fughe, il clima di odio e sospetto caratterizzava la quotidianità della vita pubblica e privata.

Tutti volevano l’Istria. […]. Ogni mattina si scoprivano nuove scritte sui muri delle case inneggianti alla Jugoslavia o all’Italia. […]. Le famiglie di idee diverse non si salutavano più, si disgregavano affetti e legami di sangue. […] Quanta amarezza nel vedere giornalmente i suoi figli che si scannavano fra loro! Ormai quando erano insieme, non potevano avviare nessuna discussione senza toccare la politica e ogni vota finiva con una lite. Nicola, per sfuggire all’atmosfera opprimente della casa, aveva incominciato ad andare all’osteria della Maria a giocare a carte o a bocce tutti i pomeriggi. – Ah, la politica! Che gran puttana, diceva, divide i figli dalla madre, il fratello dalla sorella! Meglio che non veda, meglio che non senta! Abbiamo avute tante di quelle disgrazie che ci mancava l’odio adesso! (p.133)

Per ulteriori informazioni di carattere storico invito a consultare il sito del Centro Ricerche Storiche di Rovigno: “http://www.crsrv.org” e il Pdf scaricabile presso il sito dell’associazione “Giuliani nel Mondo” http://www.giulianinelmondo.it/upload/libro%20mostra.pdf

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Ho imparato due cose dalla lettura di questo romanzo. La prima riguarda una lacuna di conoscenza storica vera e propria, poiché non sapevo praticamente nulla dell’Istria, degli italiani e di quello che accadde durante la prima guerra mondiale nei territori istriani del grande Impero dei popoli austroungarico. E sapevo (so ancora) ben poco degli eventi successivi che riguardarono questa zona di confine. La seconda cosa, più letteraria, riguarda la capacità di comunicazione di questa autrice che fa uso di uno stile che si muove sapientemente tra il punto di vista soggettivo e oggettivo dei personaggi e della storia, tra il coinvolgimento emotivo e la pura descrizione. In grado di costruire un’impalcatura equilibrata nella narrazione di eventi così tanto tragici, che si regge sull’incredibile forza di abnegazione di una madre. Un equilibrio forse raggiunto per accumulo di sofferenze e dubbi, lacerazioni identitarie, proprio di scritture in grado di fare pace con la storia individuale e collettiva. L’autrice Ester Sardoz Barlessi apre la porta di casa della famiglia Viscovich e ci invita a entrare nel loro mondo. Non esprime un giudizio sugli eventi del secolo o sulle azioni dei suoi personaggi, ma solo ci chiede: “non pensi che questa storia sia degna di essere ricordata?” Ai lettori l’ardua sentenza! Italiani, sloveni, croati, austriaci? Esiliati, emigrati, rimasti, oppure nemmeno lontanamente imparentati? Io penso che chiunque possa prendere in mano questo racconto e, leggendolo, sentirsi in famiglia.

Una famiglia istriana è uscito per la prima volta in edizione bilingue: “Una famiglia istriana/Jedna istarska obtelj Traduzione di/preveo Mladen Radic Pietas Iulia (Pula-Pola, 1999)”

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