Dormire, sognare, forse migrare…

Refugees Welcome and Anyone. Un post dedicato a chi di accoglienza parla e vive.

Le persone nascono, vivono e muoiono. Come tutti gli esseri viventi, nel frattempo, si muovono. D’accordo, può anche darsi che qualcuno viva, cresca e muoia sempre nello stesso posto. Ma la scala del tempo umano è davvero irrisoria se paragonata anche solo alla misura di un secolo. Le popolazioni, le famiglie, i singoli e gruppi più o meno estesi di individui, sono soliti spostarsi nello spazio. Fondano città, abitano alcune zone, ne disabitano altre, le commutano, scambiano parentele, lingue, usanze, alimenti, tecnologie e caratteri somatici. Modificano l’ambiente e lasciano tracce del loro passaggio ovunque: che sia la cenere di un fuoco domestico o le fondamenta del palazzo del potere o l’ossario dei defunti o l’immondizia di questa era. Sia a livello globale, sia a livello locale, la migrazione è un processo costante nel tempo. La particolarità di questo fenomeno sembrerebbe essere che fa parte della storia, ma non della memoria umana.

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Qual è il confine tra le definizioni di viaggiatore, girovago, nomade, migrante? E tra forestiero, estraneo, invasore, ostile, rivale? E tra cittadino, zingaro, apolide e rifugiato? Solo una linea artificiale, arbitraria, onnipotente, che si trasmette culturalmente. Questa può coincidere con un’altalenante demarcazione di frontiera di stato, ma anche con una ancor più effimera identità di gruppo. Anche se non sembrerebbe, stiamo proprio parlando di quel problema lì, che nel giro di una cinquantina d’anni non si può proprio più ignorare. Quello del mescolamento, della migrazione, del ribaltamento dei punti di vista, dell’accettazione del diverso e dell’accoglienza. E certo non è solo un problema “dell’Occidente o dell’Oriente o del Terzo Mondo o del…cos’altro c’era?”. C’è un mondo. E basta. E ci siamo noi. Che poi, neanche è vero che ci siamo solo noi a questo mondo.

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Dunque. Secondo la mia opinione, il “problema” consiste proprio nel fatto che sia considerato un problema. Per questo è ora di finirla. Bisogna che tutti disimpariamo certi atteggiamenti psicologici quotidiani che inconsapevolmente ci determinano e ci fanno vivere situazioni di disagio laddove così non dovrebbe essere. Avere paura, provare rancore e odio, sentire l’orgoglio di essere diversi o uguali, cercare la “verità” e la soluzione “quella giusta” non ci renderà più forti in questo nostro presente transfrontaliero, fatto di identità multistrato, di pensieri divergenti, di caos creativo e di migrazioni. Ci viene chiesto di diventare parte attiva nel processo di ridefinizione dello spazio e del tempo che abitiamo, accoglienti nei confronti dell’altro e inclusivi. A tutti i livelli relazionali, personali, sociali, locali e globali. Il principio di coesistenza pacifica è qualcosa di imprescindibile del nostro tempo e le ragioni sono, oltreché di contingenza economica e sociale, anche di necessità biologica (sopravvivenza) e psicologica (identità). Non si tratta soltanto di spirito umanitario, insomma. Come è possibile pensare che la migrazione sia ancora una cosa da gestire in emergenza? Non esiste un’emergenza migranti. Esistono modalità di gestione possibili dei flussi migratori che non si possono arrestare, né ignorare. Ce ne faremo una ragione? Questo spetta solo a noi, come individui. Nel frattempo, almeno, non raccontiamo certe menzogne in giro. Non reprimiamo la creatività dei bambini insegnandogli che chi varca un confine è un nemico, togliendo loro la possibilità di arricchirsi spiritualmente e culturalmente.

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Bene. Tutto questo preambolo pseudomoralista per dire cosa? Dove voglio andare a parare? Voglio andare a parare lì, al “problema accoglienza”. Ma speravo di non farlo in modo polemico, perché in questo momento non mi interessa che ci sia chi è pronto a farci i soldi sull’accoglienza, o meglio, mi interessa, ma mi pare che si sappia fin troppo bene a chi additare responsabilità, a chi chieder conto e anche chi contraddire e contro chi alzare la voce. Soprattutto quando l’emergenza si crea nonostante si tratti di qualcosa in lista d’attesa da un bel po’. Voglio dare spazio ad altro che sta accadendo in questi mesi. Come non stupirsi ed emozionarsi di fronte la libertà e la spontaneità d’azione di diversi cittadini austriaci che sono partiti in massa per recuperare più richiedenti asilo possibili e portarseli a casa? E poi l’iniziativa di giovani tedeschi Refugees Welcome, che pensa a un nuovo modello di ospitalità diffusa e condivisa? Pure le tifoserie hanno detto la loro, a noi, che sport e politica vanno insieme solo in senso negativo. E questo mi fa immaginare a chissà quante altre iniziative individuali e di gruppo che sicuramente sono in corso, ma che i media nazionali non raccontano.

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E allora il punto è questo. Per fare accoglienza servono idee concrete e braccia per realizzarle. Ci servono alternative, autorganizzazione, modelli di inclusione possibili e esempi di coesistenza reale e pacifica. Ci serve imparare l’accoglienza come modo di essere. Ci serve, oltre all’accoglienza istituzionalizzata, Askavusa Lampedusa, ci serve la Rete Antirazzista di Catania, il torneo sportivo Mediterraneo Antirazzista, ci serve l‘Ex-Moi di Torino (e scusate se altre realtà, che sicuramente esistono, non le conosco). Ci servono loro, le comunità migranti, quelle che già abitano qui e quelle che ancora devono arrivare. Serve imparare sul campo, mettere in gioco se stessi e le proprie convinzioni, scoprire che è dannatamente complicato e che rischia pure di fare male. Più facile senza dubbio non cambiare mai idea, giudicare l’operato altrui con distacco e lasciar fare a chi di dovere. Eppure è così ovvio, così lampante, il fatto che abitiamo sotto lo stesso cielo, che il mondo si è ristretto e che tutti dipendiamo da tutti e che il tempo non torna indietro e non c’è più spazio per distogliere lo sguardo. All’orizzonte si continua a vedere sempre e solo altra gente che arriva o che parte. Felice, triste, migrante.

 Anyone Welcome

 

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