Vecchi è quello che saremo

Di questi tempi sentiamo la mancanza di molte cose. Ci manca il lavoro, una casa, ci mancano i soldi, i diritti oppure il tempo libero, l’aria, le vie di fuga, la terra sotto ai piedi. Ci manca la fiducia in noi stessi, la possibilità di realizzare i nostri desideri. Ma a chi manca la vecchiaia? A un certo punto, soprattutto da quando mi sono inurbata, mi sono accorta che tra i grandi assenti della mia quotidianità c’erano proprio loro: i vecchi. Che fine hanno fatto? Dove sono nascosti? A passi lenti ci affiancano per strada, magari accompagnati dai loro cagnolini piccoli e arrabbiati. Forse li abbiamo visti seduti al sole davanti ai bar. Spesso li incontriamo mentre facciamo la spesa. A volte, presi da un attacco di gentilite acuta o dietro richiesta, li aiutiamo e gli sorridiamo. I più fortunati di noi hanno almeno un anziano in famiglia. La maggior parte di questi non capisce la sua fortuna.

Vecchia è quello che sarò. Ma la nostra civiltà dell’eterno presente, luminoso, salubre e tutto pochi grassi e dosi giornaliere di moto, calorie, lavoro e divertimento, non mi sta preparando a nulla di tutto questo. Senza preavviso i miei genitori saranno vecchi e la cosa mi darà fastidio e non avrò tempo di imparare da loro la vecchiaia oppure chissà dove mi troverò. Poi diventerò vecchia pure io e non saprò persuadermi di questa sconosciuta e temutissima terza età.

Dai venticinque ai trent’anni il nostro aspetto cambia e noi viviamo questo passaggio come un’alterazione senza speranza. Io per esempio mi guardo allo specchio e mi osservo. Lo vedo che sto mutando pelle, che la forma del mio corpo è diversa, che insomma… cresco. Notare gli stessi segni dell’età nei volti dei miei amici però non mi fa sentire meno sola. La tragedia catastrofista da fine d’epoca prende il sopravvento, anche con i suoi risvolti tragicomici – per fortuna sono dotata di una forte autoironia – ma quando nel silenzio della tua stanzetta ti metti a pensare al domani, spesso in preda all’angoscia, rischi di vedere solo la fine e mai invece l’inizio di quella cosa che saremo ancora noi: vecchi. Del resto, come potrei fare altrimenti dato che non ho modelli di anzianità attorno a me e non mi si presenta nemmeno il problema? Non ho nessuno che mi offra un futuro del corpo plausibile, tantomeno desiderabile. Esperienze, esempi e modelli che invece mi sono stati abbondantemente scodellati nell’adolescenza.

Come si fa fronte alla perdita di elasticità? Come si va incontro psicologicamente all’inizio della decadenza? Cosa succede quando si comincia a diventare sordi? E quando non si riesce più a leggere bene? Quando diventi lento a capire? Come ti senti quando perdi il tuo compagno di una vita? Potrò fare le stesse cose degli altri, solo in modo diverso, oppure no? Quali saranno le mie esigenze? La mia sessualità che fine fa? Quali paure nasconderò assieme al borsellino ben stretto nella tasca interna dei pantaloni o nel reggipetto? Sarà normale sentirmi come mi sentirò?

E mi sento un po’ come Lelio e Scipione a meravigliarmi e farmi mille domande su qualcosa di tanto naturale e ovvio.

Vi stupite di una cosa per nulla difficile. Infatti per coloro che non hanno in se stessi nulla che li aiuti a vivere bene e con serenità ogni età è gravosa; a quelli invece, che chiedono da sé ogni bene, non può sembrar male nulla che necessità di natura comporti. E in questo genere di cose vi è innanzitutto la vecchiaia. Tutti desiderano raggiungerla, poi la biasimano quando l’hanno raggiunta: tanta è l’incoerenza e la bizzarria della stoltezza! Dicono che essa coglie all’improvviso più presto di quanto avessero creduto. Prima di tutto, chi li ha indotti a pensare il falso? Forse che la vecchiaia subentra alla giovinezza più rapidamente di quanto la giovinezza subentra all’infanzia? E poi, quanto meno gravosa sarebbe ad essi la vecchiaia se avessero ottocento anni piuttosto che ottanta? Infatti una volta che è passata la vita vissuta, benché lunga, nessuna consolazione può lenire una stolta vecchiaia. Cicerone – De senectute

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