Come da un po’ di tempo in qua

OGGI COME DA UN PO’

DI TEMPO IN QUA

racconto per Letteraturaeconflitto di Torino

Oggi, come da un po’ di tempo in qua, sono uscita nel primo pomeriggio per vedermi con Claudio. Si stava bene fuori. Il cielo è azzurro e, anche se ancora non si può dire che faccia proprio caldo, si sente, come dire, quel tepore e quell’odore di primavera nell’aria che ti mette di buon umore.

Non c’è molto da fare al mio paese oltre che andare in piazza, affacciarsi sul belvedere e provare a focalizzare lo sguardo sempre più lontano. Prima sulla piana, poi sulla linea della Catania-Gela, la strada che taglia dritta dritta come un fiume, poi sulle colline a destra…ma no, questo spesso non lo si fa, perché lo sguardo viene attratto subito da qualcosa laggiù sulla sinistra: è il mare. In certe giornata puoi pure contare le navi, enormi, penso siano delle petroliere, e la linea blu che divide l’acqua dal cielo è tanto profonda e scura da credere di poter scorgere le coste della Tunisia cosa che, mi diceva mio nonno, ogni tanto succede, ma a me non è mai successo. Forse le nascondono quelle ciminiere a strisce rosse e bianche che sbuffano in continuazione che proprio no, non ci stanno bene col paesaggio. Chissà come era prima, quando non c’erano.

Qui finisce Niscemi e comincia uno dei più bei panorami di Sicilia, questa frase arriva dolce come un’eco lontana e carica di significati che non so, a me che me ne sto seduta su questa ringhiera di questo largo e tondo balcone. E invece è scritta su una targa di pietra, appesa in alto, su un muro che non val la pena di guardare.

E insomma con Claudio è andata così, abbiamo parlato un po’ scherzando, del più e del meno e ci siamo fumanti qualche sigaretta, così. Io sono complicata, lo so, lui non si capisce se gli piaccio o no, ma mi va bene uguale, mi sento tranquilla. Poi il sole ha cominciato a calare e allora so che è ora di andare via, altrimenti mia mamma mi comincia a torturare di chiamate e messaggi, che dopo il fatto di Lorena Cultraro niente più sembra essere come prima, per lei sola però…forse.

Ecco, tornando a casa per la mia solita strada, a un certo punto ho sentito qualcuno, una donna, urlare al megafono da una macchina e subito ho pensato: chissà cosa vende, merendine? È arrivato l’arrotino? Materassi, cuscini, secchi e scope? Si riparano cucine a gas? Però che strano sentire una voce femminile, in genere sono uomini, chissà che vende…e mentre la macchina si avvicinava le parole cominciavano a distinguersi meglio.

Giorno 23 marzo alle ore 16 ci vediamo in c.da Ulmo, di fronte l’ingresso principale della base americana per protestare contro l’installazione dell’antenna MUOS! Il Muos provocherà danni alla salute, danni allo sviluppo del territorio, verrà usata come arma di guerra dai militari USA!

Che cosa? Ma di che stanno parlando? La macchina si avvicinava sempre di più, lentamente, rallentando anche il traffico. Io ero sul marciapiede del corso e la solita gente dei bar attorno se ne stava chi seduta e chi in piedi, additava scambiando qualche parola col vicino e rimetteva le mani in tasca o continuava a fumare, a volte divertita. Le ragazze si sono accostate e mentre quella col megafono, avrà avuto un 24 anni, continuava il suo ritornello da un angolo, le altre tre sono scese e hanno cominciato a distribuire dei volantini. Ne ho preso uno e ora sono a casa.

Si, di questo muos ne sapevo qualcosa ma…non credevo fosse un problema, e poi la base è lì da sempre. In estate quando ci trasferiamo in campagna al Vituso andiamo in giro, anzi andavamo in giro, con le biciclette per le strade e sempre ci finiamo fin là. C’è pure il bosco poi e io l’ho sempre vista quell’antenna, l’antenna degli americani, che di notte si illumina in verticale di luci rosse e poi alla fine la luce bianca pulsa a intermittenza e da piccola mi ricordo che a mio nonno ho chiesto: nonno ma quella è una stella pure? No è l’antenna degli americani. Ah! ho detto e il giorno dopo mi ci ha portato a fare una passeggiata vicino. È altissima questa antenna e anche se arrivi fino al recinto ti sembra ancora lontana e non ti puoi avvicinare più di tanto perché ci sono i militari dentro, anche se non li vedi, e ogni tanto anche i cani all’ingresso.

Passavamo veloci davanti all’ingresso quando ci andavamo con le bici.

Insomma, che era sta storia? Il muos è un’altra cosa o è quest’antenna?

Ho chiesto a mia mamma se aveva sentito la macchina girare col megafono e mi ha risposto che si, sono passati un’ora fa almeno. Ma che ne so, tanto, ne abbiamo di problemi! Figurati sono gli americani quello che vogliono fare fanno.

Si, e adesso sono qua, a guardare il volantino come se non fosse reale, come se fosse un estraneo, un intruso, con la coda dell’occhio di soppiatto, mentre su Facebook vado a vedere cos’è questo gruppo NoMuos, offline però. Non voglio essere disturbata, neanche da Claudio.

Così scopro che è da un po’ che si muovono, che è da qualche anno che ci si interessa a questa storia, che ci sono tanti, ma tanti problemi legati a questa nuova antenna, per non parlare di quelle esistenti che sono una ventina. E scopro che ci sono state tante iniziative e una manifestazione grossa a cui ha partecipato un sacco di gente, e io dov’ero? Si beh, troppo piccola probabilmente, ma a casa mia se ne è mai parlato? Non ricordo solo perché avevo 12 anni? Allora esco dalla stanza e vado in cucina da mia mamma che sta facendo la lavatrice:

-ma tu alla manifestazione del 2009 c’eri?

-certo che c’ero.

Solo questo. Non mi vengono in mente altre domande e lei è indaffarata, non mi ha neanche guardato. Me ne sto un po’ in silenzio ad aspettare non so cosa, poi una domanda mi viene.

-ma da quant’è che c’è l’antenna degli americani?

-uh! Vent’anni ormai!

-e com’era, in campagna, prima dell’antenna. Cioè, come era il cielo di notte?

Ha finito di caricare la lavatrice, butta l’occhio sui miei pantaloni che mi rifiuto di lavare da un po’, e la accende. Mi guarda negli occhi e poi dice:

-stellato. Hai fatto i compiti?

Torno in stanza, ma non mi metto a fare i compiti. Torno su Facebook e torno sulla pagina del gruppo e torno a leggere tutto: i commenti, le battute, le critiche, i litigi, i documenti, le foto, i video…a un certo punto compare un nuovo post. Domani h:18.00 riunione del Movimento No Muos presso il palazzetto dello sport Pio La Torre per organizzare la manifestazione.

Ecco. E adesso che faccio? Potrei parlare con Sandra, lei magari ci verrebbe…macché sono cose inutili secondo lei e poi i suoi non la manderebbero mai. Vediamo un po’ chi ha detto che parteciperà, anche se non sempre corrisponde poi alla realtà, comunque…nomi che non conosco. Cerca per-per-per…scuola! Si, perfetto, ecco: Luigi Disca e Marco Di Modica. Si…e chi sono? Vediamo se abbiamo amici in comune ecco, a si. Ho capito. Guarda guarda magari se dico a Sara che forse viene l’amico di…boh. Niente. E se lo dicessi a lui? A proposito chissà se sulla sua bacheca ha scritto…beh intanto fa parte del gruppo e già è una cosa. Non so, no…meglio di no, non credo che…uff, va beh domani a scuola vediamo.

***

Il giorno dopo a scuola non dissi una parola invece. Sembrava che nessuno ne sapesse nulla nella mia classe e anche durante la ricreazione continuammo a parlare tra di noi di interrogazioni e dei prossimi compiti in classe, nonché dei ragazzi di quarto e di alcune ragazze del quinto che ci sembravano troppo belle e splendide in confronto a noi. Nessuno ne sapeva nulla, pareva, e a me non andava di fare quella che parla di queste cose, non so come spiegare. Sapevo che avrebbero sbarrato gli occhi se io avessi accennato al fatto. E mi avrebbero liquidata con pochi cenni e scuotimenti di testa. Bastava una domanda qualunque per ottenere questo, del tipo: ieri sono passati anche da voi col megafono?

Alle sei di pomeriggio poi mi sono decisa. E sono andata. E ho incontrato Francesca, una ragazza che ha la mia età ed è della classe accanto alla mia. Non avevo mai notato prima il suo largo sorriso. E ho incontrato anche Carmela della mia classe, che conosceva Francesca e ci siamo subito messe a ridere: anche tu qui! E soprattutto ho incontrato pure lui. Ci siamo guardati un po’ increduli e lui un po’ non capiva perché fossi lì, avrà pensato che lo seguivo chissà, ma anche io ero molto stupita di vederlo. Mi ha detto: perché non mi hai detto che venivi qua, scusa? E allora io gli ho risposto che neanche lui mi aveva detto niente e mi fa: – non pensavo ti interessasse.

La riunione cominciava e io non gli ho risposto e mi sono andata a sedere.

Mi interessava eccome.

***

C’era una volta un paese…

C’era una volta un paese di nome Santamaria

almeno una volta al mese cedeva alla lagnusia.

Eppure sempre campava ché c’era chi lavorava

ma per il malucchiffari non si riusciva a sanari.

Un giorno di primavera soldati verde bosco

misero la loro bandiera proprio su quel posto.

La Grande Quercia forse dal dispiacere si ammalò

e tutto intorno poi nessuno più annidò.

I grandi dimenticarono il cielo stellato di prima

le bimbe lì sull’asfalto adesso giocano a sima,

con le bici sul ciglio di foglie cadute lasciate

a fare da sponda ai ragazzi, alle pallonate.

fine

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